Il cervello batte le gambe, la grinta sconfigge il branco, la follia supera la logica. E così al Giro d'Italia trionfa la fuga della prima ora, con la volata ben oltre la fatica di Fredrik Dversnes Lavik. Scattato con i suoi soci di avventura appena dopo la partenza, tachimetro alla mano fanno 155 km di acido lattico, sudore e pura determinazione. Un ritmo da paura, in una gara senza nemmeno un cavalcavia: questa Voghera-Milano è la seconda tappa più veloce della storia della corsa rosa (51,063 km/h). Il norvegese della Uno-X Mobility regola allo sprint tre azzurri: Mirco Maestri, Martin Marcellusi e Mattia Bais che aveva dato tutto per lanciare il compagno di squadra, beffato per pochi centimetri sul traguardo di Milano. "All'inizio la nostra fuga era un piano senza speranza, lungo il percorso è diventata l'idea migliore di sempre", le parole di Lavik, a cui evidentemente l'Italia porta bene: nel 2025 un altro successo di prestigio a Pergola, durante la Tirreno-Adriatico. Il gruppo resta così con un palmo di naso, con i velocisti a scattare per le posizioni di rincalzo, buone solo per la Maglia Ciclamino: Paul Magnier la sfila di dosso a Jhonatan Narváez in un duello punto a punto.
Non mancano però le polemiche. Jonas Vingegaard si spende con la giuria per anticipare la neutralizzazione della tappa. Ragioni di sicurezza, ufficialmente: Enric Mas non si accorge di una chicane in zona Bocconi e cade senza conseguenza, i tombini rendono sconnesso l'asfalto e più facile una foratura o una scivolata. Il presidente, lo spagnolo Tortajada, accontenta la maglia rosa dopo un lungo conciliabolo, spostando il segnale ai -16,4 km, togliendo in pratica un giro dal percorso. "Credo di avere passato più tempo con l'auto della giuria che con la mia - spiega il danese che promette show nella terza settimana per conquistare il cuore degli italiani -. Non era il circuito più sicuro su cui correre, la strada non era delle migliori, c'erano molte buche, era tutto molto accidentato. La giuria ci ha davvero ascoltato, ci sono venuti incontro, dobbiamo ringraziarli". Non tutti però sembrano d'accordo con questa valutazione ma il peso sindacale di chi comanda il plotone si fa sentire.
Una decisione che ha un chiaro risvolto sulla tappa. Le squadre degli uomini di classifica - in particolare la Visma dello stesso Vingegaard, la Decathlon di Gall, la Red Bull di Hindley e Pellizzari - possano evitare di tirare il treno: un bel vantaggio per chi è in fuga e un brutto problema per i velocisti. I quattro temerari nelle campagne del Pavese avevano preso quasi 3' di vantaggio, sotto un solleone da paura (temperature sopra i 30 gradi), mentre gli inseguitori sbagliano completamente i calcoli: all'ultima curva, in Piazzale Loreto, con due chilometri ancora da percorrere lungo Corso Buenos Aires e Corso Venezia, i secondi sono ancora più di venti. Troppi da rattoppare, soprattutto con il gruppo spezzato a metà, dopo la neutralizzazione. Poi lo sprint, con Lavik a braccia alzate e Maestri a trattenere a stento le lacrime: "Sento di aver fallito".
di Napoli Magazine
24/05/2026 - 19:37
Il cervello batte le gambe, la grinta sconfigge il branco, la follia supera la logica. E così al Giro d'Italia trionfa la fuga della prima ora, con la volata ben oltre la fatica di Fredrik Dversnes Lavik. Scattato con i suoi soci di avventura appena dopo la partenza, tachimetro alla mano fanno 155 km di acido lattico, sudore e pura determinazione. Un ritmo da paura, in una gara senza nemmeno un cavalcavia: questa Voghera-Milano è la seconda tappa più veloce della storia della corsa rosa (51,063 km/h). Il norvegese della Uno-X Mobility regola allo sprint tre azzurri: Mirco Maestri, Martin Marcellusi e Mattia Bais che aveva dato tutto per lanciare il compagno di squadra, beffato per pochi centimetri sul traguardo di Milano. "All'inizio la nostra fuga era un piano senza speranza, lungo il percorso è diventata l'idea migliore di sempre", le parole di Lavik, a cui evidentemente l'Italia porta bene: nel 2025 un altro successo di prestigio a Pergola, durante la Tirreno-Adriatico. Il gruppo resta così con un palmo di naso, con i velocisti a scattare per le posizioni di rincalzo, buone solo per la Maglia Ciclamino: Paul Magnier la sfila di dosso a Jhonatan Narváez in un duello punto a punto.
Non mancano però le polemiche. Jonas Vingegaard si spende con la giuria per anticipare la neutralizzazione della tappa. Ragioni di sicurezza, ufficialmente: Enric Mas non si accorge di una chicane in zona Bocconi e cade senza conseguenza, i tombini rendono sconnesso l'asfalto e più facile una foratura o una scivolata. Il presidente, lo spagnolo Tortajada, accontenta la maglia rosa dopo un lungo conciliabolo, spostando il segnale ai -16,4 km, togliendo in pratica un giro dal percorso. "Credo di avere passato più tempo con l'auto della giuria che con la mia - spiega il danese che promette show nella terza settimana per conquistare il cuore degli italiani -. Non era il circuito più sicuro su cui correre, la strada non era delle migliori, c'erano molte buche, era tutto molto accidentato. La giuria ci ha davvero ascoltato, ci sono venuti incontro, dobbiamo ringraziarli". Non tutti però sembrano d'accordo con questa valutazione ma il peso sindacale di chi comanda il plotone si fa sentire.
Una decisione che ha un chiaro risvolto sulla tappa. Le squadre degli uomini di classifica - in particolare la Visma dello stesso Vingegaard, la Decathlon di Gall, la Red Bull di Hindley e Pellizzari - possano evitare di tirare il treno: un bel vantaggio per chi è in fuga e un brutto problema per i velocisti. I quattro temerari nelle campagne del Pavese avevano preso quasi 3' di vantaggio, sotto un solleone da paura (temperature sopra i 30 gradi), mentre gli inseguitori sbagliano completamente i calcoli: all'ultima curva, in Piazzale Loreto, con due chilometri ancora da percorrere lungo Corso Buenos Aires e Corso Venezia, i secondi sono ancora più di venti. Troppi da rattoppare, soprattutto con il gruppo spezzato a metà, dopo la neutralizzazione. Poi lo sprint, con Lavik a braccia alzate e Maestri a trattenere a stento le lacrime: "Sento di aver fallito".