Stavolta la magia della montagna non c’è stata. Stavolta l’ha avuta vinta quel fatalismo che quando è trascinato troppo a lungo porta all’indifferenza. E infatti è morto d’indifferenza l’Avellino: il vecchio, onorato, per dieci anni (dal 78 all’88) addirittura mitico Avellino orgoglio del calcio di provincia. Buco da otto, forse nove, forse dieci milioni, chi lo sa. E ne servivano cinque, ieri, per l’iscrizione in extremis al campionato. Invece niente. Pugliese, il presidente, si sfila dalla società, non ricapitalizza e neppure riesce a consegnare l’Avellino ad altri. Neppure a costo zero. Scappa chi potrebbe. Non c’è anima che voglia (o possa) rischiare quei danari per dare un futuro ai vecchi «lupi». L’ultimo atto ieri, in municipio. Galasso, il sindaco, e Salvatore Biazzo, assessore di cuore biancoverde, annunciano che il salvataggio è andato male, che il tempo è scaduto, che il club appena retrocesso in C non si iscrive al campionato. Nel destino c’è il capitombolo sino alla serie D. È da qui che l’Avellino, praticamente (anche se non tecnicamente) fallito, ricomincerà. Con un altro nome, però. Entro oggi, infatti, avrebbe dovuto regolare i conti con la Lega, mentre lunedì, dopodomani, la Covisoc comunicherà quell’esclusione che poi il Consiglio federale renderà definitiva martedì. Una scomparsa, quella dell’Unione Sportiva Avellino, che è una ferita che parte dall’Irpinia e attraversa e mortifica tutta la Campania. Di più: tutto il meridione. Perché in quegli anni d’oro della serie A l'Avellino fu anche simbolo di forza e di coraggio. Immagine d’un popolo capace di rialzarsi dal dolore aggrappandosi, sì, ai valori forti dell’antica tradizione contadina e alle sue più moderne capacità culturali ed economiche, ma ritrovandosi anche intorno ad un banalissimo pallone. Proprio quel «pallone», infatti, per primo portò in giro per l’Italia la vincente e orgogliosa risposta irpina alle devastazioni e ai lutti del sisma dell’80. Rimase in piedi, infatti, l’Avellino di don Antonio Sibilia presidente e di Pierpaolo Marino dirigente. E, in campo, negli anni, di De Napoli e Tacconi, di Colomba e Carnevale, di Dirceu e Ramon Diaz, di Barbadillo e di Juary che festeggiava i gol danzando attorno alla bandierina. E di Adriano Lombardi, il capitano che è rimasto nel cuore di tutti, irpini e non. E, in panchina, poi, di Vinicio, Bersellini, Marchesi, Ottavio Bianchi e prima ancora di Giammarinaro che aveva portato per la prima volta l’Avellino in B e di Carosi, l’allenatore della storica promozione in A. Pallone vero, insomma. Ma anche storia che se ne va. Destino infame giusto alla soglia dei cent’anni. Nato alla fine del 1912 coi danari d’un signore che faceva soldi estraendo zolfo, l’Avellino che prima di traslocare al «Partenio» per sessant’anni ha sfidato gli avversari al «Piazza d’Armi», aspettava il 2012 per fare festa grande. Invece addio prime file del calcio. Al «lupi» toccherà ricominciare dai gradini bassi del pallone, dalla serie D. Già, ma è stato davvero fatto tutto quanto si poteva per salvare questo club e questa squadra? No, non è un discorso d’oggi. Da anni, infatti, l’Avellino era agitato da conti da far quadrare a ogni inizio e ogni fine di stagione. Un crac, insomma, che non è figlio degli ultimi tempi. Ieri, oggi, l’epilogo e null’altro. E con l’epilogo lo choc di tutta una città. Accettare e superare la sconfitta, infatti, sarà la parte più dura di tutta questa storia. Sino a quando rabbia e delusione non si trasformeranno in capacità di crescita e reazione. Ma bisognerà far presto. Mancano tre anni al 2012, infatti, e per risalire dalla D alla B possono bastare anche tre campionati. E quello, sì, che sarebbe un gran bel modo di festeggiare un «lupo» di cent’anni.
di Napoli Magazine
06/04/2012 - 04:47
Stavolta la magia della montagna non c’è stata. Stavolta l’ha avuta vinta quel fatalismo che quando è trascinato troppo a lungo porta all’indifferenza. E infatti è morto d’indifferenza l’Avellino: il vecchio, onorato, per dieci anni (dal 78 all’88) addirittura mitico Avellino orgoglio del calcio di provincia. Buco da otto, forse nove, forse dieci milioni, chi lo sa. E ne servivano cinque, ieri, per l’iscrizione in extremis al campionato. Invece niente. Pugliese, il presidente, si sfila dalla società, non ricapitalizza e neppure riesce a consegnare l’Avellino ad altri. Neppure a costo zero. Scappa chi potrebbe. Non c’è anima che voglia (o possa) rischiare quei danari per dare un futuro ai vecchi «lupi». L’ultimo atto ieri, in municipio. Galasso, il sindaco, e Salvatore Biazzo, assessore di cuore biancoverde, annunciano che il salvataggio è andato male, che il tempo è scaduto, che il club appena retrocesso in C non si iscrive al campionato. Nel destino c’è il capitombolo sino alla serie D. È da qui che l’Avellino, praticamente (anche se non tecnicamente) fallito, ricomincerà. Con un altro nome, però. Entro oggi, infatti, avrebbe dovuto regolare i conti con la Lega, mentre lunedì, dopodomani, la Covisoc comunicherà quell’esclusione che poi il Consiglio federale renderà definitiva martedì. Una scomparsa, quella dell’Unione Sportiva Avellino, che è una ferita che parte dall’Irpinia e attraversa e mortifica tutta la Campania. Di più: tutto il meridione. Perché in quegli anni d’oro della serie A l'Avellino fu anche simbolo di forza e di coraggio. Immagine d’un popolo capace di rialzarsi dal dolore aggrappandosi, sì, ai valori forti dell’antica tradizione contadina e alle sue più moderne capacità culturali ed economiche, ma ritrovandosi anche intorno ad un banalissimo pallone. Proprio quel «pallone», infatti, per primo portò in giro per l’Italia la vincente e orgogliosa risposta irpina alle devastazioni e ai lutti del sisma dell’80. Rimase in piedi, infatti, l’Avellino di don Antonio Sibilia presidente e di Pierpaolo Marino dirigente. E, in campo, negli anni, di De Napoli e Tacconi, di Colomba e Carnevale, di Dirceu e Ramon Diaz, di Barbadillo e di Juary che festeggiava i gol danzando attorno alla bandierina. E di Adriano Lombardi, il capitano che è rimasto nel cuore di tutti, irpini e non. E, in panchina, poi, di Vinicio, Bersellini, Marchesi, Ottavio Bianchi e prima ancora di Giammarinaro che aveva portato per la prima volta l’Avellino in B e di Carosi, l’allenatore della storica promozione in A. Pallone vero, insomma. Ma anche storia che se ne va. Destino infame giusto alla soglia dei cent’anni. Nato alla fine del 1912 coi danari d’un signore che faceva soldi estraendo zolfo, l’Avellino che prima di traslocare al «Partenio» per sessant’anni ha sfidato gli avversari al «Piazza d’Armi», aspettava il 2012 per fare festa grande. Invece addio prime file del calcio. Al «lupi» toccherà ricominciare dai gradini bassi del pallone, dalla serie D. Già, ma è stato davvero fatto tutto quanto si poteva per salvare questo club e questa squadra? No, non è un discorso d’oggi. Da anni, infatti, l’Avellino era agitato da conti da far quadrare a ogni inizio e ogni fine di stagione. Un crac, insomma, che non è figlio degli ultimi tempi. Ieri, oggi, l’epilogo e null’altro. E con l’epilogo lo choc di tutta una città. Accettare e superare la sconfitta, infatti, sarà la parte più dura di tutta questa storia. Sino a quando rabbia e delusione non si trasformeranno in capacità di crescita e reazione. Ma bisognerà far presto. Mancano tre anni al 2012, infatti, e per risalire dalla D alla B possono bastare anche tre campionati. E quello, sì, che sarebbe un gran bel modo di festeggiare un «lupo» di cent’anni.