Calcio
SKY - Del Piero: "Conte nuovo c.t. dell'Italia? E' un nome papabile, ha le qualità giuste"
03.04.2026 15:52 di Napoli Magazine
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Alessandro Del Piero è stato protagonista della puntata speciale di “Sky Calcio Unplugged”, il videopodcast Sky Original condotto da Lisa Offside insieme a Gianluca Di Marzio e Stefano Borghi registrato per l’occasione presso “Casa Spotify” a Milano. Alla puntata ha partecipato anche direttore di Sky Sport Federico Ferri.

Sulla mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale

"Quello che ho percepito in questi giorni sono molte sensazioni negative: dalla tristezza all’arrabbiatura, dalla delusione all’incredulità. Spesso sono stato all’estero per commenti sportivi e il tema Nazionale è sempre presente perché siamo stati una potenza enorme. Già la prima volta è stato uno shock, la seconda un incubo, la terza volta diventa imbarazzante da giustificare. Per questo c’è questa situazione di negatività, indipendentemente dalle colpe perché non possiamo solo guardare al percorso dei calciatori, dell’allenatore, di Buffon, di Gravina. C’è tutto quello che sta dietro, chi va ad eleggere il nuovo presidente è chiamato in causa quotidianamente con le sue scelte, le loro idee, le sue votazioni, in tutti i passaggi in cui intervengono. Abbiamo notato di essere tanto indietro rispetto ai nostri standard e rispetto agli altri che hanno studiato, ci hanno studiato in passato e continuano a studiare da chi è più bravo. Alcune Nazionali avevano più tempo, ma ce ne sono altre come la Germania e la Francia che erano nella stessa situazione. Hanno avuto il coraggio di intraprendere certi percorsi. Bisogna toccare molti più punti e non solo il presidente che tutti incolpiamo come maggior responsabile. Tutte queste sensazioni negative devono dare a ognuno di noi la voglia di reagire, perché c’è solo un metodo: rimettersi in gioco, lavorare, studiare per andare a risolvere le cose e farlo con un entusiasmo che dobbiamo ricercare dentro di noi. Nelle maggiori crisi noi italiani siamo riusciti a tirare fuori nuove energie, creatività, voglia e soluzioni".

Cosa servirebbe per rifondare il calcio italiano

"Si possono toccare tanti temi. Credo però che le idee che uno può proporre nel calcio di oggi debbano essere esposte in team. Credo nel gioco di squadra e non ci deve essere un solo capro espiatorio come non ci deve essere una persona sola a risolvere il problema. Abbiamo delle lacune in tanti settori – almeno nel calcio maschile – mentre il calcio femminile e gli altri sport stanno facendo cose straordinarie. Cosa significa questo? Significa che il talento c’è, si è focalizzato in altri sport, e che ha affrontato un certo tipo di percorso. Non so quanto il calcio abbia questa pazienza e coraggio di fare determinate scelte. I settori giovanili non vanno bene, gli stadi non vanno bene, gli investimenti non vanno bene, giocano meno italiani in campo: ci sono un sacco di cose che si possono sistemare, altre un po’ meno. Quelle che si possono sistemare dipendono dalle persone, perché è fondamentale. Dai presidenti in giù, si devono prendere decisioni oculate, dalla scelta dei calciatori, a quello degli allenatori e dei dirigenti. Siamo passati da un calcio molto locale, nel senso che le società erano di proprietà di persone locali. Aprire tanto ti fa perdere il territorio. Una cosa che mi balza all’occhio è la tradizionalità delle squadre che giocano negli altri paesi, dalla zona di Bilbao o a Siviglia nel caso della Spagna. Va fatto un passo indietro. Il primo atto di coscienza è riconoscere che non siamo quelli che pensiamo di essere. L’orgoglio va messo da parte, e va messa in campo l’umiltà, il mettersi in gioco, lo studio. Non è solo un discorso di soldi. In Inghilterra prima del 2006 erano nella stessa situazione nostra attuale. Credo che ci siano molti aspetti per cui serve una squadra completa in tutti i settori e che ci sia unità d’intenti e la voglia di rappresentare qualcosa in più rispetto a salvarsi il c...".

Bisogna dichiarare di più gli obiettivi?

"Si parla tanto di progettualità, vero, ma se ne parli poi devi rispettare dei passaggi, ci deve essere una solidità di base. Oggi tutto è consumato in fretta. Ci sono carriere di allenatori che sono passate da quasi tragedie, come Gasperini a Bergamo che ha iniziato male e la società ha avuto il coraggio di tenerlo. Con l’Atalanta è diventato immortale. Penso anche ad Allegri e Ancelotti, con cui sono arrivato due volte secondo e sembrava fosse l’allenatore più scarso del mondo e pochi anni dopo me lo sono ritrovato purtroppo anche in finale di Champions. Delle volte le persone ci sono ma non funzionano".

Sui nuovi talenti

"Il giocatore non si costruisce, si deve plasmare, si deve aiutare ad arrivare. Aiutare non significa dire sempre di sì ma mettere di fronte alle scelte. Io vengo da una generazione diversa e se non sono sicuro di una cosa preferisco non dirla. Chiunque in questo momento parla di calcio, anche chi ricopre ruoli importanti a livello politico. Il politico non deve parlare da tifoso, deve parlare da politico e trattare le cose da politico come ha fatto il ministro dello sport, condivisibile o meno quello che ha detto, però lui ha il diritto di parlare di sport, ma per tutti gli altri direi: non facciamo troppa confusione".

Sul rapporto con la Nazionale

"Io non dico di aver avuto il terrore di andare in Nazionale, però la Nazionale significava coltello fra i denti ed elmetto in testa. Sono epoche diverse, non vanno paragonate, va preso il momento di oggi con i giovani attuali e le loro abitudini. Mi fa piacere citare Pisacane che va a informarsi nelle primavere, come anche Fabio Grosso. Nel calcio giovanile ci sono allenatori sottopagati, le nazionali hanno tante spese, ci lamentiamo di dover pagare le scuole calcio, è tutti contro tutti e così non si va avanti. Bisogna mettersi nella condizione di trovare il bilanciamento".

Sull’assunzione di responsabilità

"L’assunzione di responsabilità è fondamentale. Ci sono dei momenti in cui bisogna dire di aver sbagliato. Non c’è nessun problema a dirlo ma il mondo ci porta a pensare che sia un problema. Io ho sbagliato mille volte, anche quando non lo ammettevo dentro di me lo sapevo. Devono esserci attorno delle persone che ti dicono di aver sbagliato ma con serenità, senza colpevolizzare".

Che tipo di allenatore saresti?

"Se ascolto i miei ex compagni che fanno gli allenatori oggi, dico che non farò mai l’allenatore. Li vedo distrutti e dicono di lavorare 24 ore al giorno. Facendo il corso e vedendo come è cambiato il mondo del calcio rispetto a quando ho iniziato, ci sono dei numeri che fanno capire dove siamo arrivati: i miei primi anni alla Juventus avevamo due massofisioterapisti, un dottore che non veniva tutti i giorni al campo, 4 di staff e 22 o 24 calciatori. Oggi solo di staff ce ne sono più del doppio. L’allenatore deve gestire molte più persone e questa è la cosa più difficile, perché alle volte non tutte le persone le sceglie lui. Mi stimola? Certo perché vedo allo stadio allenatori ed ex compagni che escono vittoriosi e questo mi stimola ma devi pensare e pianificare tutto. Ci sono alti e bassi clamorosi. Oggi non so, ma forse fra 1-2 anni potrei essere pronto a fare l’allenatore, idealmente, ma non è un obiettivo, non sento il desiderio. Mi piace quello che sto facendo, studiare situazioni diverse da quello dell’allenatore".

Sul modulo 3-5-2

"Le squadre che vincono giocano a 4 in difesa, quindi c’è da farsi una domanda. Tuttavia, se tutte le squadre del tuo campionato giocano a 3 in difesa devi comunque adeguarti. Questa è una scelta molto complicata. Quelle che vincono in Europa comunque non giocano così".

Giocheresti con il fantasista, con il numero 10?

"Io sono arrivato in un momento fortunato per i numeri 10, perché alla mia epoca si chiedeva di tornare anche in difesa. Per noi è comunque stata una fortuna, perché c’era un aiuto reciproco di tutta la squadra.  Il discorso tocca anche altri aspetti che non è solo tattico, non è solo decisione e scelta degli uomini ma è anche onore, responsabilità, rispetto, intraprendenza, coraggio. Una serie di cose fondamentali in una squadra e che a turno devono essere tirate fuori".

Sulla mentalità

"Quando ci sono delle partite che cambiano le stagioni scattano dei meccanismi all’interno di una squadra che ti portano ad un altro livello. Nel primo periodo alla Juventus avevamo tanta fame. Avevamo Vialli che era il nostro capitano. Aveva vinto lo scudetto alla Sampdoria ma alla Juve non aveva ancora inciso. Poi Baggio, che aveva vinto meno di quello che meritava. C’era questo desidero, con attorno giovani assatanati come me o altri calciatori come Ravanelli, Torricelli, Di Livio, Ferrara, Conte. Altri ancora erano appena arrivati come Paulo Sosa, Deschamps, oppure Jugovic che oggi sarebbe un calciatore da 150 milioni. Questo fa la differenza, quando si inanellano queste situazioni insieme al desiderio di cambiare le sorti. La Juventus non vinceva lo scudetto da 9 anni, e anche la voglia di fare l’impresa ti stimola. Devi riuscire ad alimentare questi stimoli quotidianamente, non settimanalmente ma quotidianamente. La Juventus sicuramente ha una mentalità che non ti permette di godere troppo delle vittorie perché devi sempre guardare alla prossima. Così, tuttavia, ti metti sempre nelle condizioni di vincere nuovamente".

La Società ha una responsabilità forte nella scelta delle persone?

"Moggi, Galliani e gli altri di quell’epoca erano fenomeni nel loro lavoro. Conoscevano tutto, una maniacalità nel conoscere il calciatore quasi da stalker, perché più conosci le persone che lavorano con te, più riesci a tirare fuori il massimo, altrimenti ti devi fidare di più dell’intuizione, su altre qualità o sui dati".

Sei contrario all’utilizzo dei dati?

"Non sono contrario ma non puoi basarti solo su quello. Oggi i dati hanno una rilevanza ma vanno letti nella maniera giusta".

Sulla pressione della maglia

"Quello è un altro aspetto fondamentale. Hai il dovere di vincere? Lì cambia tutto. Il Como, ad esempio, è una bellissima realtà, ma non ha il dovere di vincere. Se continua così fra un anno o due sì, e questo cambiale cose per l’ambiente e per i calciatori, ed è il motivo per cui alcuni calciatori hanno fatto cose straordinarie in alcune squadre e meno in altre".

C’è un giovane italiano che ha la stoffa del campione e una grande qualità umana?

"Non lo so perché ne conosco pochi. Conosco Yildiz, e di sicuro è un ragazzo che ha tutte le qualità per crescere ancora in una squadra che ha difficoltà. A livello umano è un ragazzo che ha dimostrato di meritarsi quello che ha".

Sull’esuberanza di alcuni calciatori di oggi come Yamal in relazione alle vecchie generazioni

"Yamal è sicuramente diverso da Yildiz. Bisogna sottolineare che viviamo in epoche diverse. Io che ho figli mi accorgo di essere un boomer. Loro hanno idee e velocità diverse, sebbene tu li voglia tenere in un contesto. L’unica cosa che li salva è la conoscenza, non i divieti ma la conoscenza. Tu devi dare tutto te stesso, poi i ragazzi e le ragazze devono scrivere la propria storia. La conoscenza è quello che fa la differenza perché così si conosce cosa fa male e cosa fa bene. La vittoria per un genitore è quando un figlio sceglie bene. Viviamo in un mondo iperprotettivo. Accade così anche nei settori giovanili, dove si dice cosa devono fare i ragazzi e questo ammazza la creatività. Mi specializzo in una cosa e funziono nel mio sistema ma poi, appena si esce, si scoprono tanti altri modelli. Si dice dopo che un calciatore è scarso. No, non è scarso, gli è solo stato insegnato a fare solo una cosa, non sa risolvere il problema da solo. In altri paesi non c’è il proibizionismo di fare le cose come da noi. Che razza di consiglio è “non perdere la palla”? Il ragazzo deve esprimere le proprie qualità per sfidare sé stesso".

Nelle giovanili c’è anche un problema di scelta?

"Non ho le risposte perché bisognerebbe essere dentro. Però l’under 15, l’under 16 e l’under 17 fanno cose straordinarie. Alla mia epoca con l’under 21 vincevamo gli europei. Io ho vinto due europei. Oggi con l’under 21 non ci arriviamo. Bisogna guardare questo: perché a 16 anni siamo i più forti e poi non lo siamo più? Guardiamo solo l’effetto ma dobbiamo guardare la causa. Cosa non funziona? Risalendo fino alla causa il processo di cambiamento è lento, non può essere veloce. Non puoi chiedere un cambiamento così grande in un tempo così breve. Bisogna però portarlo avanti".

Nella fase finale della tua carriera alla Juventus, nel 2011, sapevi che ti saresti conquistato la Juventus e che l’avresti anche persa dopo il famoso messaggio su YouTube?

"Sì e no. Sapevo che non sarebbe stato un gesto digerito facilmente perché c’era una comunicazione complessa all’epoca. Queste voci che sostenevano che io fossi lì per i soldi era diventate così insistenti da darmi fastidio. Che il mio lavoro, soprattutto dopo il 2006, fosse ridotto solo a una faccenda di soldi non l’ho supportato. C’era una tensione importante. Non avevamo in testa di vincere lo scudetto ma non perdevamo mai e acquisivamo sempre più consapevolezza. Conte ci era entrato in testa e ha avuto una disponibilità estrema da parte nostra, soprattutto da parte dei “vecchi” perché ci faceva correre come gli scemi. Si era creato un ambiente perfetto e quello scudetto lì è stata la chiusura di un cerchio aperto nel 2006. Si diceva che fossi una distrazione e che facevo pressione sulla squadra. Non giocavo mai, che pressione dovevo fare? Per me vincere è l’unica cosa che conta".

Conte può essere l’allenatore dell’Italia dopo Gattuso?

"Non ne ho la più pallida idea ma può farlo sicuramente, ha tutte le qualità anche perché l’ha già fatto. Una persona con il suo spessore umano e la sua qualità tecnica è sicuramente un profilo papabile".

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03/04/2026 - 15:52

Alessandro Del Piero è stato protagonista della puntata speciale di “Sky Calcio Unplugged”, il videopodcast Sky Original condotto da Lisa Offside insieme a Gianluca Di Marzio e Stefano Borghi registrato per l’occasione presso “Casa Spotify” a Milano. Alla puntata ha partecipato anche direttore di Sky Sport Federico Ferri.

Sulla mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale

"Quello che ho percepito in questi giorni sono molte sensazioni negative: dalla tristezza all’arrabbiatura, dalla delusione all’incredulità. Spesso sono stato all’estero per commenti sportivi e il tema Nazionale è sempre presente perché siamo stati una potenza enorme. Già la prima volta è stato uno shock, la seconda un incubo, la terza volta diventa imbarazzante da giustificare. Per questo c’è questa situazione di negatività, indipendentemente dalle colpe perché non possiamo solo guardare al percorso dei calciatori, dell’allenatore, di Buffon, di Gravina. C’è tutto quello che sta dietro, chi va ad eleggere il nuovo presidente è chiamato in causa quotidianamente con le sue scelte, le loro idee, le sue votazioni, in tutti i passaggi in cui intervengono. Abbiamo notato di essere tanto indietro rispetto ai nostri standard e rispetto agli altri che hanno studiato, ci hanno studiato in passato e continuano a studiare da chi è più bravo. Alcune Nazionali avevano più tempo, ma ce ne sono altre come la Germania e la Francia che erano nella stessa situazione. Hanno avuto il coraggio di intraprendere certi percorsi. Bisogna toccare molti più punti e non solo il presidente che tutti incolpiamo come maggior responsabile. Tutte queste sensazioni negative devono dare a ognuno di noi la voglia di reagire, perché c’è solo un metodo: rimettersi in gioco, lavorare, studiare per andare a risolvere le cose e farlo con un entusiasmo che dobbiamo ricercare dentro di noi. Nelle maggiori crisi noi italiani siamo riusciti a tirare fuori nuove energie, creatività, voglia e soluzioni".

Cosa servirebbe per rifondare il calcio italiano

"Si possono toccare tanti temi. Credo però che le idee che uno può proporre nel calcio di oggi debbano essere esposte in team. Credo nel gioco di squadra e non ci deve essere un solo capro espiatorio come non ci deve essere una persona sola a risolvere il problema. Abbiamo delle lacune in tanti settori – almeno nel calcio maschile – mentre il calcio femminile e gli altri sport stanno facendo cose straordinarie. Cosa significa questo? Significa che il talento c’è, si è focalizzato in altri sport, e che ha affrontato un certo tipo di percorso. Non so quanto il calcio abbia questa pazienza e coraggio di fare determinate scelte. I settori giovanili non vanno bene, gli stadi non vanno bene, gli investimenti non vanno bene, giocano meno italiani in campo: ci sono un sacco di cose che si possono sistemare, altre un po’ meno. Quelle che si possono sistemare dipendono dalle persone, perché è fondamentale. Dai presidenti in giù, si devono prendere decisioni oculate, dalla scelta dei calciatori, a quello degli allenatori e dei dirigenti. Siamo passati da un calcio molto locale, nel senso che le società erano di proprietà di persone locali. Aprire tanto ti fa perdere il territorio. Una cosa che mi balza all’occhio è la tradizionalità delle squadre che giocano negli altri paesi, dalla zona di Bilbao o a Siviglia nel caso della Spagna. Va fatto un passo indietro. Il primo atto di coscienza è riconoscere che non siamo quelli che pensiamo di essere. L’orgoglio va messo da parte, e va messa in campo l’umiltà, il mettersi in gioco, lo studio. Non è solo un discorso di soldi. In Inghilterra prima del 2006 erano nella stessa situazione nostra attuale. Credo che ci siano molti aspetti per cui serve una squadra completa in tutti i settori e che ci sia unità d’intenti e la voglia di rappresentare qualcosa in più rispetto a salvarsi il c...".

Bisogna dichiarare di più gli obiettivi?

"Si parla tanto di progettualità, vero, ma se ne parli poi devi rispettare dei passaggi, ci deve essere una solidità di base. Oggi tutto è consumato in fretta. Ci sono carriere di allenatori che sono passate da quasi tragedie, come Gasperini a Bergamo che ha iniziato male e la società ha avuto il coraggio di tenerlo. Con l’Atalanta è diventato immortale. Penso anche ad Allegri e Ancelotti, con cui sono arrivato due volte secondo e sembrava fosse l’allenatore più scarso del mondo e pochi anni dopo me lo sono ritrovato purtroppo anche in finale di Champions. Delle volte le persone ci sono ma non funzionano".

Sui nuovi talenti

"Il giocatore non si costruisce, si deve plasmare, si deve aiutare ad arrivare. Aiutare non significa dire sempre di sì ma mettere di fronte alle scelte. Io vengo da una generazione diversa e se non sono sicuro di una cosa preferisco non dirla. Chiunque in questo momento parla di calcio, anche chi ricopre ruoli importanti a livello politico. Il politico non deve parlare da tifoso, deve parlare da politico e trattare le cose da politico come ha fatto il ministro dello sport, condivisibile o meno quello che ha detto, però lui ha il diritto di parlare di sport, ma per tutti gli altri direi: non facciamo troppa confusione".

Sul rapporto con la Nazionale

"Io non dico di aver avuto il terrore di andare in Nazionale, però la Nazionale significava coltello fra i denti ed elmetto in testa. Sono epoche diverse, non vanno paragonate, va preso il momento di oggi con i giovani attuali e le loro abitudini. Mi fa piacere citare Pisacane che va a informarsi nelle primavere, come anche Fabio Grosso. Nel calcio giovanile ci sono allenatori sottopagati, le nazionali hanno tante spese, ci lamentiamo di dover pagare le scuole calcio, è tutti contro tutti e così non si va avanti. Bisogna mettersi nella condizione di trovare il bilanciamento".

Sull’assunzione di responsabilità

"L’assunzione di responsabilità è fondamentale. Ci sono dei momenti in cui bisogna dire di aver sbagliato. Non c’è nessun problema a dirlo ma il mondo ci porta a pensare che sia un problema. Io ho sbagliato mille volte, anche quando non lo ammettevo dentro di me lo sapevo. Devono esserci attorno delle persone che ti dicono di aver sbagliato ma con serenità, senza colpevolizzare".

Che tipo di allenatore saresti?

"Se ascolto i miei ex compagni che fanno gli allenatori oggi, dico che non farò mai l’allenatore. Li vedo distrutti e dicono di lavorare 24 ore al giorno. Facendo il corso e vedendo come è cambiato il mondo del calcio rispetto a quando ho iniziato, ci sono dei numeri che fanno capire dove siamo arrivati: i miei primi anni alla Juventus avevamo due massofisioterapisti, un dottore che non veniva tutti i giorni al campo, 4 di staff e 22 o 24 calciatori. Oggi solo di staff ce ne sono più del doppio. L’allenatore deve gestire molte più persone e questa è la cosa più difficile, perché alle volte non tutte le persone le sceglie lui. Mi stimola? Certo perché vedo allo stadio allenatori ed ex compagni che escono vittoriosi e questo mi stimola ma devi pensare e pianificare tutto. Ci sono alti e bassi clamorosi. Oggi non so, ma forse fra 1-2 anni potrei essere pronto a fare l’allenatore, idealmente, ma non è un obiettivo, non sento il desiderio. Mi piace quello che sto facendo, studiare situazioni diverse da quello dell’allenatore".

Sul modulo 3-5-2

"Le squadre che vincono giocano a 4 in difesa, quindi c’è da farsi una domanda. Tuttavia, se tutte le squadre del tuo campionato giocano a 3 in difesa devi comunque adeguarti. Questa è una scelta molto complicata. Quelle che vincono in Europa comunque non giocano così".

Giocheresti con il fantasista, con il numero 10?

"Io sono arrivato in un momento fortunato per i numeri 10, perché alla mia epoca si chiedeva di tornare anche in difesa. Per noi è comunque stata una fortuna, perché c’era un aiuto reciproco di tutta la squadra.  Il discorso tocca anche altri aspetti che non è solo tattico, non è solo decisione e scelta degli uomini ma è anche onore, responsabilità, rispetto, intraprendenza, coraggio. Una serie di cose fondamentali in una squadra e che a turno devono essere tirate fuori".

Sulla mentalità

"Quando ci sono delle partite che cambiano le stagioni scattano dei meccanismi all’interno di una squadra che ti portano ad un altro livello. Nel primo periodo alla Juventus avevamo tanta fame. Avevamo Vialli che era il nostro capitano. Aveva vinto lo scudetto alla Sampdoria ma alla Juve non aveva ancora inciso. Poi Baggio, che aveva vinto meno di quello che meritava. C’era questo desidero, con attorno giovani assatanati come me o altri calciatori come Ravanelli, Torricelli, Di Livio, Ferrara, Conte. Altri ancora erano appena arrivati come Paulo Sosa, Deschamps, oppure Jugovic che oggi sarebbe un calciatore da 150 milioni. Questo fa la differenza, quando si inanellano queste situazioni insieme al desiderio di cambiare le sorti. La Juventus non vinceva lo scudetto da 9 anni, e anche la voglia di fare l’impresa ti stimola. Devi riuscire ad alimentare questi stimoli quotidianamente, non settimanalmente ma quotidianamente. La Juventus sicuramente ha una mentalità che non ti permette di godere troppo delle vittorie perché devi sempre guardare alla prossima. Così, tuttavia, ti metti sempre nelle condizioni di vincere nuovamente".

La Società ha una responsabilità forte nella scelta delle persone?

"Moggi, Galliani e gli altri di quell’epoca erano fenomeni nel loro lavoro. Conoscevano tutto, una maniacalità nel conoscere il calciatore quasi da stalker, perché più conosci le persone che lavorano con te, più riesci a tirare fuori il massimo, altrimenti ti devi fidare di più dell’intuizione, su altre qualità o sui dati".

Sei contrario all’utilizzo dei dati?

"Non sono contrario ma non puoi basarti solo su quello. Oggi i dati hanno una rilevanza ma vanno letti nella maniera giusta".

Sulla pressione della maglia

"Quello è un altro aspetto fondamentale. Hai il dovere di vincere? Lì cambia tutto. Il Como, ad esempio, è una bellissima realtà, ma non ha il dovere di vincere. Se continua così fra un anno o due sì, e questo cambiale cose per l’ambiente e per i calciatori, ed è il motivo per cui alcuni calciatori hanno fatto cose straordinarie in alcune squadre e meno in altre".

C’è un giovane italiano che ha la stoffa del campione e una grande qualità umana?

"Non lo so perché ne conosco pochi. Conosco Yildiz, e di sicuro è un ragazzo che ha tutte le qualità per crescere ancora in una squadra che ha difficoltà. A livello umano è un ragazzo che ha dimostrato di meritarsi quello che ha".

Sull’esuberanza di alcuni calciatori di oggi come Yamal in relazione alle vecchie generazioni

"Yamal è sicuramente diverso da Yildiz. Bisogna sottolineare che viviamo in epoche diverse. Io che ho figli mi accorgo di essere un boomer. Loro hanno idee e velocità diverse, sebbene tu li voglia tenere in un contesto. L’unica cosa che li salva è la conoscenza, non i divieti ma la conoscenza. Tu devi dare tutto te stesso, poi i ragazzi e le ragazze devono scrivere la propria storia. La conoscenza è quello che fa la differenza perché così si conosce cosa fa male e cosa fa bene. La vittoria per un genitore è quando un figlio sceglie bene. Viviamo in un mondo iperprotettivo. Accade così anche nei settori giovanili, dove si dice cosa devono fare i ragazzi e questo ammazza la creatività. Mi specializzo in una cosa e funziono nel mio sistema ma poi, appena si esce, si scoprono tanti altri modelli. Si dice dopo che un calciatore è scarso. No, non è scarso, gli è solo stato insegnato a fare solo una cosa, non sa risolvere il problema da solo. In altri paesi non c’è il proibizionismo di fare le cose come da noi. Che razza di consiglio è “non perdere la palla”? Il ragazzo deve esprimere le proprie qualità per sfidare sé stesso".

Nelle giovanili c’è anche un problema di scelta?

"Non ho le risposte perché bisognerebbe essere dentro. Però l’under 15, l’under 16 e l’under 17 fanno cose straordinarie. Alla mia epoca con l’under 21 vincevamo gli europei. Io ho vinto due europei. Oggi con l’under 21 non ci arriviamo. Bisogna guardare questo: perché a 16 anni siamo i più forti e poi non lo siamo più? Guardiamo solo l’effetto ma dobbiamo guardare la causa. Cosa non funziona? Risalendo fino alla causa il processo di cambiamento è lento, non può essere veloce. Non puoi chiedere un cambiamento così grande in un tempo così breve. Bisogna però portarlo avanti".

Nella fase finale della tua carriera alla Juventus, nel 2011, sapevi che ti saresti conquistato la Juventus e che l’avresti anche persa dopo il famoso messaggio su YouTube?

"Sì e no. Sapevo che non sarebbe stato un gesto digerito facilmente perché c’era una comunicazione complessa all’epoca. Queste voci che sostenevano che io fossi lì per i soldi era diventate così insistenti da darmi fastidio. Che il mio lavoro, soprattutto dopo il 2006, fosse ridotto solo a una faccenda di soldi non l’ho supportato. C’era una tensione importante. Non avevamo in testa di vincere lo scudetto ma non perdevamo mai e acquisivamo sempre più consapevolezza. Conte ci era entrato in testa e ha avuto una disponibilità estrema da parte nostra, soprattutto da parte dei “vecchi” perché ci faceva correre come gli scemi. Si era creato un ambiente perfetto e quello scudetto lì è stata la chiusura di un cerchio aperto nel 2006. Si diceva che fossi una distrazione e che facevo pressione sulla squadra. Non giocavo mai, che pressione dovevo fare? Per me vincere è l’unica cosa che conta".

Conte può essere l’allenatore dell’Italia dopo Gattuso?

"Non ne ho la più pallida idea ma può farlo sicuramente, ha tutte le qualità anche perché l’ha già fatto. Una persona con il suo spessore umano e la sua qualità tecnica è sicuramente un profilo papabile".