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MUSICA - D'Angelo e Cori verso Sanremo: "Voci diverse ma unite da Napoli"
23.12.2018 21:50 di Napoli Magazine Fonte: Il Mattino

«E un dialogo tra due facce di Napoli che si confrontano sotto il comune denominatore della musica». Se quello 2019 sarà il Sanremo del cambiamento generazionale, quello che sancisce il passaggio di mano della canzone italiana dai protagonisti novecenteschi a quelli 2.1, beh «Un'altra luce» potrebbe quasi essere il racconto di questo scambio di testimonial, che non rottama nessuno e nessuno prepensiona, ma ricorda che la canzonetta era, è, e sarà soprattutto regno ormonale giovanile, manifesto di esuberanza juniores. Per metà in napoletano (Nino: «Io in italiano non canto»), scritta dalla strana coppia con Big Fish, guarda al nu soul, all'urban sound, alla trap, forse, perché appena dici questa parola i due si ritirano: «Ci hanno raccomandato di non parlare troppo», dicono, e quel «ci» indica il team della Sugar, l'etichetta di Caterina Caselli che sta preparando il lancio dell'album di Cori.

Livio, 28 anni, dei Quartieri Spagnoli: tu a Sanremo non ci pensavi nemmeno.
«Non sono cresciuto con il mito del Festival, ma con quello di Nino D'Angelo sì. Avevo questa canzone e sentivo che aveva bisogno di un contributo esterno, che andava arricchita. In Sugar mi chiesero: chi vuoi? E pensavano che sparassi il nome di chissà quale rapper. Ma io volevo Nino, sapevo, sentivo, che c'era lo spazio per lui».

E tu che hai detto, Nino, quando ti hanno proposto l'operazione?
«Non conoscevo Cori, ho sentito il pezzo, ho conosciuto lui e... mi ha convinto. A 61 anni forse si è più disposti a dare una mano ai giovani, ma Livo merita, ha talento, anche se ha un sound diverso dal mio. Ci accomunano le storie di vita vissuta, le radici veraci: siamo voci, volti, passioni diverse della stessa città, che amiamo disperatamente, anche nel senso che ci fa disperare».

Come spunta l'idea di andare all'Ariston, Livio?
«È di Nino: lui ci è già stato sette volte, si è sentito coinvolto nella roba che stavamo registrando, ci ha spinti tutti a provarci».

E ora D'Angelo?
«Ora ringraziamo Baglioni di aver scommesso su di noi, con coraggio, in un'edizione coraggiosa, che dà spazio alle nuove generazioni: è giusto che sia così, sono passati ormai 32 anni dalla mia prima volta».

Cori, per parte del pubblico giovanile sei già una star, ti seguono su YouTube, ti hanno seguito in «Gomorra» come O Selfie, qualcuno sospetta tu sia il famigerato Liberato.
«Ecco, mettiamoci un taglio. Non sono Liberato e non mi piace che questa storia sia sempre tirata in ballo. Vado a Sanremo, Nino D'Angelo e Caterina Caselli credono in me, possiamo fare a meno del rapper senza volto?».

Ma com'è nata la leggenda metropolitana?
«Per caso, o perché bisogna pur dire di avere qualche sospetto. Nel dibattito senza senso è intervenuto persino un foniatra per dire che avevamo voci simili, cosa assolutamente errata».

Arrivi al Festival nella prima edizione rap oriented.
«E ne sono contento. C'è Ghemon, che viene da Avellino, che è mio amico, con cui ho iniziato a farmi notare. C'è Achille Lauro, che è bravissimo... È bello sapere che nell'Italia paese per vecchi Sanremo diventa il paese per giovani, rapper e non. Ce n'è per tutti i gusti, dai ragazzi dei talent show a quelli della generazione indie».

D'Angelo, da veterano, con Patty Pravo e Loredana Bertè, della kermesse, come consigli al tuo giovane amico di prepararsi per la terra dei cachi?
«Non ho consigli, io non ho mai vinto niente, anzi sono stato persino eliminato. Ma Claudio ha abolito quel rito vergognoso e garantisce a tutti la possibilità di essere ascoltati con attenzione. Ha davvero messo al centro la musica. Gliene dobbiamo essere tutti grati, matusa e ragazzi. Vi sorprenderemo, il pezzo è... qualcosa che non ti aspetti da me, forse nemmeno da Livio, da Sanremo... Un'altra luce davvero, e, anche, un'altra Napoli, dove le generazioni e le culture dialogano tra di loro, invece di combattersi».

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