Guidolin, l'Udinese si gode il momento ma con la ripresa del campionato cosa si aspetta?«Che prima o poi si perda il primato. Per lo scudetto ci sono le due milanesi, il Napoli e la Juve: non noi».
Non siete neppure quelli che devono puntare alla quota salvezza... «Mi accusano di nascondermi ma i 40 punti sono il passaggio per chi sta in una fascia media o bassa. Poi si fa in fretta a cambiare l'obiettivo come facemmo l'anno scorso».
Dopo un 4° posto miracoloso, il primato con la Juve nonostante tre cessioni importanti. Dov'è l'inghippo? «Innanzitutto il 4° posto non fu un miracolo: c'era qualità e i giocatori avevano voglia di seguirmi. L'ossatura è ancora buona».
Però ha perso Sanchez, Inler e Zapata. Non invidia Mazzarri cui il Napoli ha confermato i migliori e comprato gente forte, mentre lei deve ripartire sempre dall'inizio? «Il Napoli con quanto ha fatto è in crescita, tuttavia se accetti l'Udinese ne condividi la politica e sai a cosa vai incontro».
E' andato da Pozzo a dirgli: «Hai guadagnato 100 milioni, adesso ne spendi un po' per un grande giocatore»? «Pozzo aveva stanziato una cifra importante per comprare il sostituto di Sanchez, però i giocatori che valgono cifre importanti non vengono a Udine e non si può fare nulla».
Com'è che la politica dell'Udinese riesce solo a Udine? «Qui hanno cominciato per primi a tendere la rete per reclutare sconosciuti in tutto il mondo e sfruttano il vantaggio. E c'è un ambiente che permette di crescere: hanno pazienza, l'hanno avuta l'anno scorso anche con me. Comunque la stessa politica si fa strada altrove: a Firenze e a Palermo, per esempio».
Quanto ha inciso Guidolin sulle scelte di mercato? «Mi mettono al corrente ma non posso conoscere chiunque arriva: spesso sono ragazzi di cui non si è mai sentito parlare».
Visto che è fuori dalla mischia, cosa prevede per lo scudetto? «Una grande incertezza ed è ciò che rende interessante un campionato che troppo spesso svalutiamo.Ormai si batte la strada del successo attraverso il gioco: l'esempio inimitabile del Barcellona può avere influito ma è da un po' che gli allenatori italiani si muovono in quella direzione, solo che si nota di più».
La crisi del nostro calcio però non è una favola. «Si è perso un po' di competitività con Barcellona, Real o Manchester.Però non mi dica che in Premier League si gioca sempre meglio che da noi: è che lì hanno stadi che fanno sembrare bello anche il brutto, al contrario che in Italia».
Dunque, pensa che si dovrebbe seguire la strada della Juve? «Lo dico da due anni. Costruirsi lo stadio di proprietà è stato un atto di lungimiranza e non parlo dei benefici economici. Uno stadio bello crea più attaccamento nei tifosi, ha più pubblico e dà un vantaggio alla squadra».
Crede che la Juve possa vincere anche per questo? «Se ci riuscirà le ragioni sono soprattutto altre: ha grandi giocatori e un allenatore che trasmette la propria fame alla squadra. Conte ha anche buone idee sull'organizzazione del gioco ma ora rivedo la Juve contro cui ho giocato spesso negli anni in cui vinceva: spietata e aggressiva».
Le milanesi non sono in crisi? «Torneranno ai soliti livelli».
Cosa pensa di Gasperini, bocciato all'Inter per la difesa a tre, mentre l'Udinese con quell'impianto è la squadra meno battuta della A? «Non entro nelle scelte degli altri. Dico solo che in Italia la fortuna o la sfortuna di una squadra si spiega spesso con il modulo del tecnico mentre c'è una marea di cose che influiscono di più.Io sono vicino alle 500 partite in A e la gran parte le ho giocate con la difesa a 4: ho cambiato pensando ai giocatori che ho e non perchè credo all'onnipotenza dei moduli».
Lei ha dichiarato che si sente invecchiato, Guardiola dice che certe cose del calcio non gli piacciono più e Ibra rivela che il mestiere gli pesa.C'è in giro un morbo? «Sono situazioni diverse. Io ho raccontato un disagio personale: mi rendo conto che in panchina soffro sempre più da bestia e che l'esperienza non mi aiuta a evitarlo. Ma sono felice del mestiere che faccio e non mi brucia come una volta l'idea che non mi chiami una grande squadra: essere apprezzato da tanti anni è già un riconoscimento al lavoro. In quello sono più sereno».
di Napoli Magazine
06/04/2012 - 04:47
Guidolin, l'Udinese si gode il momento ma con la ripresa del campionato cosa si aspetta?«Che prima o poi si perda il primato. Per lo scudetto ci sono le due milanesi, il Napoli e la Juve: non noi».
Non siete neppure quelli che devono puntare alla quota salvezza... «Mi accusano di nascondermi ma i 40 punti sono il passaggio per chi sta in una fascia media o bassa. Poi si fa in fretta a cambiare l'obiettivo come facemmo l'anno scorso».
Dopo un 4° posto miracoloso, il primato con la Juve nonostante tre cessioni importanti. Dov'è l'inghippo? «Innanzitutto il 4° posto non fu un miracolo: c'era qualità e i giocatori avevano voglia di seguirmi. L'ossatura è ancora buona».
Però ha perso Sanchez, Inler e Zapata. Non invidia Mazzarri cui il Napoli ha confermato i migliori e comprato gente forte, mentre lei deve ripartire sempre dall'inizio? «Il Napoli con quanto ha fatto è in crescita, tuttavia se accetti l'Udinese ne condividi la politica e sai a cosa vai incontro».
E' andato da Pozzo a dirgli: «Hai guadagnato 100 milioni, adesso ne spendi un po' per un grande giocatore»? «Pozzo aveva stanziato una cifra importante per comprare il sostituto di Sanchez, però i giocatori che valgono cifre importanti non vengono a Udine e non si può fare nulla».
Com'è che la politica dell'Udinese riesce solo a Udine? «Qui hanno cominciato per primi a tendere la rete per reclutare sconosciuti in tutto il mondo e sfruttano il vantaggio. E c'è un ambiente che permette di crescere: hanno pazienza, l'hanno avuta l'anno scorso anche con me. Comunque la stessa politica si fa strada altrove: a Firenze e a Palermo, per esempio».
Quanto ha inciso Guidolin sulle scelte di mercato? «Mi mettono al corrente ma non posso conoscere chiunque arriva: spesso sono ragazzi di cui non si è mai sentito parlare».
Visto che è fuori dalla mischia, cosa prevede per lo scudetto? «Una grande incertezza ed è ciò che rende interessante un campionato che troppo spesso svalutiamo.Ormai si batte la strada del successo attraverso il gioco: l'esempio inimitabile del Barcellona può avere influito ma è da un po' che gli allenatori italiani si muovono in quella direzione, solo che si nota di più».
La crisi del nostro calcio però non è una favola. «Si è perso un po' di competitività con Barcellona, Real o Manchester.Però non mi dica che in Premier League si gioca sempre meglio che da noi: è che lì hanno stadi che fanno sembrare bello anche il brutto, al contrario che in Italia».
Dunque, pensa che si dovrebbe seguire la strada della Juve? «Lo dico da due anni. Costruirsi lo stadio di proprietà è stato un atto di lungimiranza e non parlo dei benefici economici. Uno stadio bello crea più attaccamento nei tifosi, ha più pubblico e dà un vantaggio alla squadra».
Crede che la Juve possa vincere anche per questo? «Se ci riuscirà le ragioni sono soprattutto altre: ha grandi giocatori e un allenatore che trasmette la propria fame alla squadra. Conte ha anche buone idee sull'organizzazione del gioco ma ora rivedo la Juve contro cui ho giocato spesso negli anni in cui vinceva: spietata e aggressiva».
Le milanesi non sono in crisi? «Torneranno ai soliti livelli».
Cosa pensa di Gasperini, bocciato all'Inter per la difesa a tre, mentre l'Udinese con quell'impianto è la squadra meno battuta della A? «Non entro nelle scelte degli altri. Dico solo che in Italia la fortuna o la sfortuna di una squadra si spiega spesso con il modulo del tecnico mentre c'è una marea di cose che influiscono di più.Io sono vicino alle 500 partite in A e la gran parte le ho giocate con la difesa a 4: ho cambiato pensando ai giocatori che ho e non perchè credo all'onnipotenza dei moduli».
Lei ha dichiarato che si sente invecchiato, Guardiola dice che certe cose del calcio non gli piacciono più e Ibra rivela che il mestiere gli pesa.C'è in giro un morbo? «Sono situazioni diverse. Io ho raccontato un disagio personale: mi rendo conto che in panchina soffro sempre più da bestia e che l'esperienza non mi aiuta a evitarlo. Ma sono felice del mestiere che faccio e non mi brucia come una volta l'idea che non mi chiami una grande squadra: essere apprezzato da tanti anni è già un riconoscimento al lavoro. In quello sono più sereno».