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IN VETRINA
SHOW TIME - Gino Rivieccio su "NM": "Eravamo 4 amici al VAR"
01.11.2019 17:49 di Napoli Magazine

NAPOLI - E come disse Carlo Cracco “la frittata è fatta”. Forse più che a una frittata anche l’altra sera abbiamo assistito al consueto minestrone scongelato, alla solita minestra riscaldata diluita da vetusti ingredienti e tossici conservanti, gli stessi che per anni ci hanno fatto disaffezionare all’idea di un calcio puro. Quando Nicchi e Rizzoli che già da arbitri avevano preparato piatti che scontentavano tutti (a parte i soliti commensali), ora si ritrovano a dirigere il ristorante di calcio più importante d’Europa, qualcosa non torna. Mi chiedo spesso cosa avrebbe fatto Rizzoli se non fosse stato designato ai vertici della Can che è l’organo predisposto a designare i fischietti della domenica e degli anticipi e posticipi. Forse oggi sarebbe titolare di una concessionaria di automobili come tanti suoi ex colleghi, sarebbe un agente di una compagnia assicuratrice o il pomeriggio impartirebbe lezioni private agli studenti delle elementari, magari spiegando la divisione a due cifre o le frazioni con la virgola. Ancora più significativa la posizione del sig. Marcello Nicchi presidente dell’Aia, arrivato a questo ambito incarico che non molla manco se minacciato dall’Isis. Anche Nicchi attaccato allo scoglio come una patella, se non ricoprisse il ruolo che ha, se ne starebbe come tutti i pensionati a trascorrere le giornate ai bordi di un cantiere della metropolitana o su una panchina a riempire le parole crociate. Invece nonostante le crociate contrarie, continua a presiedere una poltrona di prima fila scontentando tutti, a parte i soliti commensali che invece amano questo chef. I suoi piatti ormai sono vecchi e indigesti. Si va dalla strigliata il lunedi all’arbitro di turno che ha sbagliato, alla solita dichiarazione di convenienza del martedì, dalla promessa del mercoledì dove “chi ha sbagliato verrà punito”, al silenzio del giovedì, fino al venerdì quando il suo braccio destro, l’architetto di Mirandola, perpetua l’errore mandando a dirigere una partita così delicata come quella con l’Atalanta a un arbitro inadeguato anche dallo sguardo che nel parapiglia a centrocampo, invece di sedare gli animi li surriscalda espellendo Ancelotti, l’unico che cercava di riportare la calma invitando i nostri a giocare. Giacomelli e Banti, altri prodotti stantii di questa cucina che si traveste da ristorante a quattro stelle e che invece maschera una pietosa trattoria di paese, hanno completato il menu esibendo le peggiori portate come mezza Italia ha potuto constatare. Il primo reo di non aver fischiato un calcio di rigore che è sembrato subito netto e che eventualmente solo il Var avrebbe potuto annullare. Il secondo per non aver ritenuto l’azione e quindi il fallo, degno di attenzione al Var, che usato come viene usato ormai dopo due anni possiamo dirlo somiglia a un medicinale scaduto: non serve a un ca**o. Intanto De Laurentiis strilla, strepita, minaccia, ma il risultato è che il Napoli si ritrova con due punti in meno (ah quanto ce lo stanno facendo pagare quel rigore di Mertens a Firenze!) e soprattutto la credibilità e la fiducia dei tifosi consumate. Andrà sempre meno gente a questo ristorante italiano che non soddisfa più a differenza della ristorazione inglese dove ogni tanto vince anche un Leicester. Cambiare gestione è un dovere, se si vuole salvare il gioco più bello del mondo. Tornare al sorteggio una necessità, se si vuole recuperare ottimismo. Capitalizzare l’efficacia del Var la strada da percorrere. Il problema non è chiudere questo ristorante, ma dove gettare le infinite scorie tossiche e nauseabonde che negli anni hanno annacquato la nostra passione.

 

 

Gino Rivieccio

 

Napoli Magazine
 

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