Un incubo durato 423 giorni: il cooperante italiano, Alberto Trentini, è libero. Ha varcato l'uscita del carcere El Rodeo di Caracas intorno alle 23 di domenica, quando in Italia era notte fonda. Con lui anche l'imprenditore piemontese Mario Burlò, detenuto anch'egli da 14 mesi. La svolta dopo mesi di trattative portate avanti a fari spenti dalle autorità italiane, dopo le ore di "speranza e attesa" per il blitz degli Stati Uniti con la cattura di Nicolás Maduro e l'improvvisa accelerazione nelle ultime 72 ore.
Ad annunciare la liberazione è il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intorno alle 5 di lunedì. "Ho parlato con i nostri due connazionali, che sono in buone condizioni. Presto rientreranno in Italia", scrive via social. Dopo pochi minuti è la premier Giorgia Meloni ad esprimere la sua "gioia e soddisfazione" ringraziando la presidente Rodriguez per la "costruttiva collaborazione dimostrata". Dopo la scarcerazione i due italiani sono stati portati in ambasciata. "È stato tutto così improvviso. Inaspettato", ha ammesso Trentini nei primi minuti da uomo libero aggiungendo che in carcere "sono stati trattati bene, non ci hanno torturato". Il cooperante ha immediatamente contattato i genitori, Armanda ed Ezio, che dalla loro casa al Lido di Venezia hanno seguito con "angoscia" gli sviluppi degli ultimi giorni. Ai Trentini è arrivata anche la telefonata del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante la quale il capo dello Stato ha condiviso la "felicità" per la conclusione positiva della vicenda dopo "tanta sofferenza".
Per i genitori del 46enne "questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili, adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci". Armanda in tarda mattinata è poi salita a bordo di un'auto per raggiungere Roma dove un aereo di Stato riporterà a casa i due connazionali. L'arrivo è previsto nelle prime ore della mattina all'aeroporto di Ciampino. Un volo che chiuderà virtualmente una complessa trattativa in cui sono stati impiegati "tutti i canali" possibili. Una trattativa che ha vissuto varie fasi dopo il blackout inziale, durato settimane, in cui non si conosceva il luogo di detenzione e da Caracas filtravano generiche e fumose accuse di terrorismo. Da subito è apparso chiaro che il terreno di confronto era accidentato e lastricato di insidie. Accelerazioni e colpi di freno improvvisi. Proprio prima di Natale, la madre Armanda non aveva nascosto la sua amarezza per una situazione che sembrava non avere sbocchi. "Il governo deve mettere in campo un'azione più incisiva", l'appello lanciato dalla donna che ad agosto ha anche inviato una missiva al Papa per chiedere un suo intervento "di mediazione".
Nei mesi Trentini ha potuto contattare l'Italia una manciata di volte. Telefonate di pochi minuti dal carcere di massima sicurezza per rassicurare sulle sue condizioni di salute. L'ultima visita dell'ambasciatore Giovanni Umberto De Vito il 27 novembre scorso. Un quadro che si è ulteriormente complicato dopo che il nome di Trentini non è comparso nel gruppo dei primi detenuti politici rilasciati il 9 gennaio scorso dalle autorità venezuelane dopo il clamoroso blitz dell'esercito americano. Nel weekend si è consumata una vera e propria corsa contro il tempo per riportarlo a casa. Ore in cui da più parti si è invitato al silenzio, segno che la fase era cruciale e delicata.
In campo tutti gli attori della trattativa: dall'amministrazione americana, alla diplomazia vaticana, Farnesina e intelligence: un lavoro senza sosta culminato con la telefonata del ministro degli Esteri di Caracas a Tajani in cui ha annunciato la liberazione. "Un grande lavoro della nostra diplomazia, un successo del governo - rivendica il capo della Farnesina - che ha saputo interloquire e cogliere il cambiamento che c'è stato in Venezuela". Trentini era arrivato in Venezuela il 17 ottobre di due anni fa per una missione con le ong Humanity e Inclusion. Il 15 novembre di due anni fa, mentre stava raggiungendo Guasdalito dalla capitale Caracas, è stato fermato ed arrestato - senza conoscere le ragioni - a un posto di blocco, insieme all'autista della ong. Lì è iniziata la sua odissea durata 14 mesi.
di Napoli Magazine
12/01/2026 - 23:42
Un incubo durato 423 giorni: il cooperante italiano, Alberto Trentini, è libero. Ha varcato l'uscita del carcere El Rodeo di Caracas intorno alle 23 di domenica, quando in Italia era notte fonda. Con lui anche l'imprenditore piemontese Mario Burlò, detenuto anch'egli da 14 mesi. La svolta dopo mesi di trattative portate avanti a fari spenti dalle autorità italiane, dopo le ore di "speranza e attesa" per il blitz degli Stati Uniti con la cattura di Nicolás Maduro e l'improvvisa accelerazione nelle ultime 72 ore.
Ad annunciare la liberazione è il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intorno alle 5 di lunedì. "Ho parlato con i nostri due connazionali, che sono in buone condizioni. Presto rientreranno in Italia", scrive via social. Dopo pochi minuti è la premier Giorgia Meloni ad esprimere la sua "gioia e soddisfazione" ringraziando la presidente Rodriguez per la "costruttiva collaborazione dimostrata". Dopo la scarcerazione i due italiani sono stati portati in ambasciata. "È stato tutto così improvviso. Inaspettato", ha ammesso Trentini nei primi minuti da uomo libero aggiungendo che in carcere "sono stati trattati bene, non ci hanno torturato". Il cooperante ha immediatamente contattato i genitori, Armanda ed Ezio, che dalla loro casa al Lido di Venezia hanno seguito con "angoscia" gli sviluppi degli ultimi giorni. Ai Trentini è arrivata anche la telefonata del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante la quale il capo dello Stato ha condiviso la "felicità" per la conclusione positiva della vicenda dopo "tanta sofferenza".
Per i genitori del 46enne "questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili, adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci". Armanda in tarda mattinata è poi salita a bordo di un'auto per raggiungere Roma dove un aereo di Stato riporterà a casa i due connazionali. L'arrivo è previsto nelle prime ore della mattina all'aeroporto di Ciampino. Un volo che chiuderà virtualmente una complessa trattativa in cui sono stati impiegati "tutti i canali" possibili. Una trattativa che ha vissuto varie fasi dopo il blackout inziale, durato settimane, in cui non si conosceva il luogo di detenzione e da Caracas filtravano generiche e fumose accuse di terrorismo. Da subito è apparso chiaro che il terreno di confronto era accidentato e lastricato di insidie. Accelerazioni e colpi di freno improvvisi. Proprio prima di Natale, la madre Armanda non aveva nascosto la sua amarezza per una situazione che sembrava non avere sbocchi. "Il governo deve mettere in campo un'azione più incisiva", l'appello lanciato dalla donna che ad agosto ha anche inviato una missiva al Papa per chiedere un suo intervento "di mediazione".
Nei mesi Trentini ha potuto contattare l'Italia una manciata di volte. Telefonate di pochi minuti dal carcere di massima sicurezza per rassicurare sulle sue condizioni di salute. L'ultima visita dell'ambasciatore Giovanni Umberto De Vito il 27 novembre scorso. Un quadro che si è ulteriormente complicato dopo che il nome di Trentini non è comparso nel gruppo dei primi detenuti politici rilasciati il 9 gennaio scorso dalle autorità venezuelane dopo il clamoroso blitz dell'esercito americano. Nel weekend si è consumata una vera e propria corsa contro il tempo per riportarlo a casa. Ore in cui da più parti si è invitato al silenzio, segno che la fase era cruciale e delicata.
In campo tutti gli attori della trattativa: dall'amministrazione americana, alla diplomazia vaticana, Farnesina e intelligence: un lavoro senza sosta culminato con la telefonata del ministro degli Esteri di Caracas a Tajani in cui ha annunciato la liberazione. "Un grande lavoro della nostra diplomazia, un successo del governo - rivendica il capo della Farnesina - che ha saputo interloquire e cogliere il cambiamento che c'è stato in Venezuela". Trentini era arrivato in Venezuela il 17 ottobre di due anni fa per una missione con le ong Humanity e Inclusion. Il 15 novembre di due anni fa, mentre stava raggiungendo Guasdalito dalla capitale Caracas, è stato fermato ed arrestato - senza conoscere le ragioni - a un posto di blocco, insieme all'autista della ong. Lì è iniziata la sua odissea durata 14 mesi.