Agenda settimanale dal 3 al 9 febbraio 2020 in Campania, programmata dal Circuito Teatro Pubblico Campano:
Teatro Verdi di Salerno
info 089662141
Da giovedì 6 a domenica 9 febbraio
(feriali ore 21.00 - festivi ore 18.00)
Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo
presenta
Alessio Boni, Serra Yilmaz
in
Don Chisciotte
liberamente ispirato al romanzo di Miguel de Cervantes Saavedra
adattamento Francesco Niccolini
drammaturgia Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Marcello Prayer, Francesco Niccolini
con
Marcello Prayer, Francesco Meoni
Pietro Faiella, Liliana Massari, Elena Nico
Nicoló Diana (Ronzinante)
scene Massimo Troncanetti, costumi Francesco Esposito
luci Davide Scognamiglio, musiche Francesco Forni
foto di scena
Gianmarco Chieregato, Andrea Boni
Lucia De Luise, Davide Scognamiglio
regia
Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Marcello Prayer
Chisciotti e cavalieri erranti, sparpagliati per il mondo o chiusi dentro le mura, sono sempre gli stessi, quelli di un tempo, quelli di oggi e quelli di domani, savi e pazzi, eroi e insensati. Non sono venuti al mondo per vivere meglio o peggio. Quando l'universo nella solitudine si abbandona alle proprie miserie, loro pronunciano parole di giustizia, d'amore, di bellezza e di scienza. Chi si rende volontariamente schiavo non maledice l'esistenza.
(Fernando Arrabal, Uno schiavo chiamato Cervantes)
Chi è pazzo? Chi è normale?
Forse chi vive nella sua lucida follia riesce ancora a compiere atti eroici. Di più: forse ci vuole una qualche forma di follia, ancor più che il coraggio, per compiere atti eroici.
La lucida follia è quella che ti permette di sospendere, per un eterno istante, il senso del limite: quel “so che dobbiamo morire” che spoglia di senso il quotidiano umano, ma che solo ci rende umani.
L'animale non sa che dovrà morire: in ogni istante è o vita o morte. L'uomo lo sa ed è, in ogni istante, vita e morte insieme. Emblematico in questo è Amleto, coevo di Don Chisciotte, che si chiede: chi vorrebbe faticare, soffrire, lavorare indegnamente, assistere all’insolenza dei potenti, alle premiazioni degli indegni sui meritevoli, se tanto la fine è morire?
Don Chisciotte va oltre: trascende questa consapevolezza e combatte per un ideale etico, eroico. Un ideale che arricchisce di valore ogni gesto quotidiano. E che, involontariamente, l'ha reso immortale.
È forse folle tutto ciò? È meglio vivere a testa bassa, inseriti in un contesto che ci precede e ci forma, in una rete di regole pre-determinate che, a loro volta, ci determinano? Gli uomini che, nel corso dei secoli, hanno osato svincolarsi da questa rete - avvalendosi del sogno, della fantasia, dell'immaginazione - sono stati spesso considerati “pazzi”. Salvo poi venir riabilitati dalla Storia stessa. Dopotutto, sono proprio coloro che sono folli abbastanza da credere nella loro visione del mondo, da andare controcorrente, da ribaltare il tavolo, che meritano di essere ricordati in eterno: tra gli altri, Galileo, Leonardo, Mozart, Che Guevara, Mandela, Madre Teresa, Steve Jobs e, perché no, Don Chisciotte.
Alessio Boni
E io dico che Don Chisciotte e Sancho vennero al mondo affinché Cervantes potesse narrare la loro storia e io spiegarla e commentarla, o meglio, affinché Cervantes la raccontasse e la spiegasse e io la commentassi.
Può raccontare, spiegare e commentare la tua vita, mio caro Don Chisciotte, soltanto chi è stato contagiato dalla tua stessa follia di non morire.
Allora, intercedi in mio favore, o mio signore e padrone, affinché la tua Dulcinea del Toboso, ormai disincantata dalle frustate di Sancho, mi conduca mano nella mano all’immortalità del nome e della fama. E se la vita è sogno, lasciami sognare per sempre!
(Miguel de Unamuno, Vita di Don Chisciotte e Sancho)
Teatro Delle Rose, Piano Di Sorrento
info 0818786165
Venerdì 7 febbraio, ore 21.00
Teatro Carlo Gesualdo di Avellino
info 0825771620, 3892932553
Sabato 8, ore 21.00, e domenica 9 febbraio, ore 18.00
Khora.teatro, Teatro Stabile d’Abruzzo
in collaborazione con Festival dei due mondi di Spoleto
presentano
Alessandro Preziosi
in
Vincent Van Gogh
L'odore assordante del bianco
di Stefano Massini
Testo vincitore del Premio Tondelli Riccione Teatro 2005
con
Francesco Biscione, Massimo Nicolini, Roberto Manzi
Alessio Genchi, Vincenzo Zampa
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta,
disegno luci Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta
musiche Giacomo Vezzani
supervisione artistica Alessandro Preziosi
regia Alessandro Maggi
Le austere pareti di una stanza del manicomio di Saint Paul. Come può vivere un grande pittore in un luogo dove non c’è altro colore che il bianco? È il 1889 e l’unico desiderio di Vincent è uscire da quelle mura, la sua prima speranza è riposta nell’inaspettata visita del
fratello Theo che ha dovuto prendere quattro treni e persino un carretto per andarlo a trovare.
Attraverso l’imprevedibile metafora del temporaneo isolamento di Vincent Van Gogh in manicomio, interpretato da Alessandro Preziosi, lo spettacolo di Khora.teatro in coproduzione con il Teatro Stabile d’Abruzzo, che si avvale della messa in scena di Alessandro Maggi è una sorta di thriller psicologico attorno al tema della creatività artistica che lascia lo spettatore con il fiato sospeso dall’inizio alla fine.
Il testo vincitore del Premio Tondelli a Riccione Teatro 2005 per la “…scrittura limpida, tesa, di rara immediatezza drammatica, capace di restituire il tormento dei personaggi con feroce immediatezza espressiva” (dalla motivazione della Giuria n.d.r.) firmato da Stefano Massini con la sua drammaturgia asciutta ma ricca di spunti poetici, offre considerevoli opportunità di riflessione sul rapporto tra le arti e sul ruolo dell’artista nella società contemporanea.
Note di regia
Sospensione, labilità, confine. Sono questi i luoghi, accidentati e mobili, suggeriti dalla traiettoria, indotti dallo scavo. Soggetti interni di difficile identificazione, collocati nel complesso meccanismo dell’organicità della mente umana. Offerti e denudati dalla puntuale dinamicità e dalla concretezza del testo, aprono strade a potenziali orizzonti di ricerca.
La scrittura di Massini, limpida, squisitamente intrinseca e tagliente, nella sua galoppante
tensione narrativa, offre evidentemente la possibilità di questa indagine. Il serrato e tuttavia andante dialogo tra Van Gogh - internato nel manicomio di Saint Paul de Manson - e suo fratello Theo, propone non soltanto un oggettivo grandangolo sulla vicenda umana
dell’artista, ma piuttosto ne rivela uno stadio sommerso.
Lo spettacolo è aperto contrappunto all’incalzante partita dialogica. Sottinteso. Latente. Van Gogh, assoggettato e fortuitamente piegato dalla sua stessa dinamica cerebrale incarnata da Alessandro Preziosi, si lascia vivere già presente al suo disturbo. È nella stanza di un manicomio che ci appare. Nella devastante neutralità di un vuoto. E dunque, è nel dato di fatto che si rivela e si indaga la sua disperazione. Il suo ragionato tentativo di sfuggire all’immutabilità del tempo, all’assenza di colore alla quale è costretto, a quell’irrimediabile strepito perenne di cui è vittima cosciente, all’interno come all’esterno del granitico “castello bianco” e soprattutto al costante dubbio sull’esatta collocazione e consistenza della realtà.
La tangente che segue la messinscena resta dunque sospesa tra il senso del reale e il suo esatto opposto. In una spaccatura in cui domina la sola logica della sinestesia, nella quale ogni senso è plausibilmente contenitore di sensi altri, modulandone infinite variabili, Van Gogh è significante e significato di sé stesso. Lo scarto emotivo che subisce e da cui è irrimediabilmente dipendente, rappresenta causa ed effetto della sua stessa creazione artistica, non più dissociata dalla singolarità della sua esistenza e lo obbliga a percorrere un sentiero isolato in cui il solo punto fermo resta la plausibilità di un’infinita serie di universi possibili nei quali ogni tangibilità può rappresentare il contrario di ciò che è.
La riflessione percorre questa suggestione; non il racconto quindi, ma il divenire e la resa
delle infinite varianti conduttrici di un processo creativo filtrate da un’induzione sensoriale il cui respiro, non ultimo, diviene tela su cui restano impresse assenze, mancanze e sorde
cecità. Un’evoluzione lucida, condotta nello straziante sforzo di liberarsi e rendersi tangibile, nel volume e nella densità immanente del colore, che smette la sua primaria connotazione e assume i termini di sensi altri e potenzialmente distanti, ponendo in essere una deriva che trova nel suo rovescio la realtà di opera d’arte.
Lo spettacolo accompagna questa non-logica dei sensi, attraverso uno sfiorarsi dei personaggi che fonde il desiderio alla necessità, sviluppando un alternarsi di simmetrie semantiche a dissonanze di cognizione, un conflitto mutabile, ma mai assente.
È in questo campo, su cui si allineano piani paralleli, pur non senza sovrapporsi, che la potenziale oggettività diviene odorare un suono, ascoltare un colore, toccare un sapore, assaggiare un tessuto, vedere un profumo. Un complesso disegno, tuttavia ferocemente semplice, la cui connotazione intrinseca cambia in funzione della distanza da cui si guarda o si sceglie di percepirlo. E’ un passaggio aperto alla volta della stretta fessura che permette la visione di un assurdo reso accettabile dalla semplicità espressiva dei sensi che
restano qui, nudi e spasmodicamente attivi, esattamente in quel punto della coscienza, attraversato da nient’altro che miliardi e miliardi di neuroni carichi di un unico e solo senso: la vita. Non più “come siamo fatti”. Ma “di che cosa”.
Alessandro Maggi
Teatro Minerva di Boscoreale
Info 3392401209 - 3381890767
Venerdì 7 febbraio, ore 20.45
Teatro Massimo di Benevento
info 082442711
Sabato 8 febbraio, ore 20.45
Città Mediterranee
presenta
Gianfranco Gallo
in
Lo zio del medico dei pazzi
di Gianfranco Gallo
liberamente ispirato a E. Scarpetta, W Jacoby e C. Laufs
con
Antonella Stefanucci, Mario Brancaccio, Antonella Prisco,
Bianca Gallo, Luigi Credendino, Antonio Fiorillo,
Francesco Russo, Michele Sibilio, Elena Starace,
Gianluigi Esposito, Michele Schiano Di Cola, Ursola Muscetta
regia Gianfranco Gallo
Dopo il successo di Comicissimi Fratelli, Gianfranco Gallo torna a calcare le scene teatrali col suo stile originale, che rinnova la tradizione nel segno del divertimento e del rispetto del grande repertorio comico napoletano.
Scarpetta nel 1908 scrisse 'O Miedeco dè pazze riadattando una commedia tedesca dal titolo Pension Schoeller di Jacoby e Laufs del 1890. In Germania il testo viene rappresentato ancora oggi con grandissimo successo e rappresenta un classico del Teatro comico tedesco.
Dal confronto di queste due esilaranti opere nasce la riscrittura di Gianfranco, che mira come sempre a un'ironia asciutta, seppur esplosiva, senza ammiccamenti, ma che tiene sempre in considerazione il pubblico come elemento determinante.
Teatro Comunale Costantino Parravano di Caserta
Da venerdì 7 a domenica 9 febbraio
(feriali ore 20.45, domenica ore 18.00)
info 0823444051
Cardellino srl, Teatro Stabile dell’Umbria
in collaborazione con Napoli Teatro Festival 2018
Silvio Orlando
in
Si nota all’imbrunire
(Solitudine da paese spopolato)
di Lucia Calamaro
con (in ordine alfabetico)
Vincenzo Nemolato, Roberto Nobile
Alice Redini, Maria Laura Rondanini
scene Roberto Crea
costumi Ornella e Marina Campanale
luci Umile Vainieri
regia Lucia Calamaro
I figli Alice, Riccardo e Maria sono arrivati la sera prima. Il fratello maggiore Roberto anche. Un fine settimana nella casa di campagna di Silvio ,all’inizio del villaggio spopolato dove vive da solo da tre anni.
Silvio ha acquisito, nella solitudine, un buon numero di manie, la più grave di tutte: non vuole più camminare. Non si vuole alzare. Vuole stare e vivere seduto il più possibile. E da solo.
Si tratta, per i figli che finora non se ne erano preoccupati troppo, di decidere che fare, come occuparsene, come smuoverlo da questa posizione che è una metafora del suo stato mentale: che è quella di un uomo che vive accanto all’esistenza e non più dentro la realtà. Emergono qua e là empatie, distanze e rese dei conti.
I familiari di Silvio sono venuti a trovarlo per la messa dei dieci anni dalla morte della moglie. C’è da commemorare, da dire, da concertare discorsi. Certo è che, preda del suo isolamento, nella testa di Silvio si installa una certa confusione tra desideri e realtà, senza nessuno che lo smentisca nel quotidiano, la vita può essere esattamente come uno decide che sia. Fino a un certo punto.
Questo spettacolo, che ha trovato nella figura del padre un interprete per me al tempo insperato e meraviglioso, Silvio Orlando, trova le sue radici in una piaga, una maledizione, una patologia specifica del nostro tempo che io, personalmente, ho conosciuto anche troppo.
La socio-psicologia le ha dato un nome:“ Solitudine Sociale”. A mettere in luce i rischi di questa situazione sono stati due studi presentati al 125° incontro annuale dell’American Psychological Association (APA).
Essere isolati dalla società è un male oscuro e insidioso. Tutti noi infatti, in quanto esseri umani, abbiamo bisogno del contatto con gli altri, un bisogno che ci permette di sopravvivere.
La preoccupazione insorge ancora di più se si pensa che questo tipo di “solitudine estrema” si sta espandendo e continuerà a crescere nei prossimi anni tanto che La Francia ha creato “la giornata della Solitudine“ e l’Inghilterra ha istituito, addirittura, un ministero della solitudine. Secondo gli esperti potremmo trovarci alle prese, e non solo nei paesi più ricchi, con un’epidemia di solitudine.
Diffusa oramai anche tra i giovani. Silvio Orlando è, secondo me, un attore unico. Capace di scatenare per la sua resa assoluta al palco, le empatie di ogni spettatore, e con le sue corde squisitamente tragicomiche, di suscitare riquestionamenti, emozioni ed azioni nel suo pubblico.
E insieme ci piace pensare che gli spettatori, grazie a un potenziale smottamento dell’ animo dovuto speriamo a questo spettacolo, magari la sera stessa all’ uscita, o magari l’ indomani, chiameranno di nuovo quel padre, quella madre, quel fratello, lontano parente o amico oramai isolatosi e lo andranno a trovare, per farlo uscire di casa. O per fargli solamente un po’ di compagnia.
Lucia Calamaro
di Napoli Magazine
31/01/2020 - 19:25
Agenda settimanale dal 3 al 9 febbraio 2020 in Campania, programmata dal Circuito Teatro Pubblico Campano:
Teatro Verdi di Salerno
info 089662141
Da giovedì 6 a domenica 9 febbraio
(feriali ore 21.00 - festivi ore 18.00)
Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo
presenta
Alessio Boni, Serra Yilmaz
in
Don Chisciotte
liberamente ispirato al romanzo di Miguel de Cervantes Saavedra
adattamento Francesco Niccolini
drammaturgia Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Marcello Prayer, Francesco Niccolini
con
Marcello Prayer, Francesco Meoni
Pietro Faiella, Liliana Massari, Elena Nico
Nicoló Diana (Ronzinante)
scene Massimo Troncanetti, costumi Francesco Esposito
luci Davide Scognamiglio, musiche Francesco Forni
foto di scena
Gianmarco Chieregato, Andrea Boni
Lucia De Luise, Davide Scognamiglio
regia
Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Marcello Prayer
Chisciotti e cavalieri erranti, sparpagliati per il mondo o chiusi dentro le mura, sono sempre gli stessi, quelli di un tempo, quelli di oggi e quelli di domani, savi e pazzi, eroi e insensati. Non sono venuti al mondo per vivere meglio o peggio. Quando l'universo nella solitudine si abbandona alle proprie miserie, loro pronunciano parole di giustizia, d'amore, di bellezza e di scienza. Chi si rende volontariamente schiavo non maledice l'esistenza.
(Fernando Arrabal, Uno schiavo chiamato Cervantes)
Chi è pazzo? Chi è normale?
Forse chi vive nella sua lucida follia riesce ancora a compiere atti eroici. Di più: forse ci vuole una qualche forma di follia, ancor più che il coraggio, per compiere atti eroici.
La lucida follia è quella che ti permette di sospendere, per un eterno istante, il senso del limite: quel “so che dobbiamo morire” che spoglia di senso il quotidiano umano, ma che solo ci rende umani.
L'animale non sa che dovrà morire: in ogni istante è o vita o morte. L'uomo lo sa ed è, in ogni istante, vita e morte insieme. Emblematico in questo è Amleto, coevo di Don Chisciotte, che si chiede: chi vorrebbe faticare, soffrire, lavorare indegnamente, assistere all’insolenza dei potenti, alle premiazioni degli indegni sui meritevoli, se tanto la fine è morire?
Don Chisciotte va oltre: trascende questa consapevolezza e combatte per un ideale etico, eroico. Un ideale che arricchisce di valore ogni gesto quotidiano. E che, involontariamente, l'ha reso immortale.
È forse folle tutto ciò? È meglio vivere a testa bassa, inseriti in un contesto che ci precede e ci forma, in una rete di regole pre-determinate che, a loro volta, ci determinano? Gli uomini che, nel corso dei secoli, hanno osato svincolarsi da questa rete - avvalendosi del sogno, della fantasia, dell'immaginazione - sono stati spesso considerati “pazzi”. Salvo poi venir riabilitati dalla Storia stessa. Dopotutto, sono proprio coloro che sono folli abbastanza da credere nella loro visione del mondo, da andare controcorrente, da ribaltare il tavolo, che meritano di essere ricordati in eterno: tra gli altri, Galileo, Leonardo, Mozart, Che Guevara, Mandela, Madre Teresa, Steve Jobs e, perché no, Don Chisciotte.
Alessio Boni
E io dico che Don Chisciotte e Sancho vennero al mondo affinché Cervantes potesse narrare la loro storia e io spiegarla e commentarla, o meglio, affinché Cervantes la raccontasse e la spiegasse e io la commentassi.
Può raccontare, spiegare e commentare la tua vita, mio caro Don Chisciotte, soltanto chi è stato contagiato dalla tua stessa follia di non morire.
Allora, intercedi in mio favore, o mio signore e padrone, affinché la tua Dulcinea del Toboso, ormai disincantata dalle frustate di Sancho, mi conduca mano nella mano all’immortalità del nome e della fama. E se la vita è sogno, lasciami sognare per sempre!
(Miguel de Unamuno, Vita di Don Chisciotte e Sancho)
Teatro Delle Rose, Piano Di Sorrento
info 0818786165
Venerdì 7 febbraio, ore 21.00
Teatro Carlo Gesualdo di Avellino
info 0825771620, 3892932553
Sabato 8, ore 21.00, e domenica 9 febbraio, ore 18.00
Khora.teatro, Teatro Stabile d’Abruzzo
in collaborazione con Festival dei due mondi di Spoleto
presentano
Alessandro Preziosi
in
Vincent Van Gogh
L'odore assordante del bianco
di Stefano Massini
Testo vincitore del Premio Tondelli Riccione Teatro 2005
con
Francesco Biscione, Massimo Nicolini, Roberto Manzi
Alessio Genchi, Vincenzo Zampa
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta,
disegno luci Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta
musiche Giacomo Vezzani
supervisione artistica Alessandro Preziosi
regia Alessandro Maggi
Le austere pareti di una stanza del manicomio di Saint Paul. Come può vivere un grande pittore in un luogo dove non c’è altro colore che il bianco? È il 1889 e l’unico desiderio di Vincent è uscire da quelle mura, la sua prima speranza è riposta nell’inaspettata visita del
fratello Theo che ha dovuto prendere quattro treni e persino un carretto per andarlo a trovare.
Attraverso l’imprevedibile metafora del temporaneo isolamento di Vincent Van Gogh in manicomio, interpretato da Alessandro Preziosi, lo spettacolo di Khora.teatro in coproduzione con il Teatro Stabile d’Abruzzo, che si avvale della messa in scena di Alessandro Maggi è una sorta di thriller psicologico attorno al tema della creatività artistica che lascia lo spettatore con il fiato sospeso dall’inizio alla fine.
Il testo vincitore del Premio Tondelli a Riccione Teatro 2005 per la “…scrittura limpida, tesa, di rara immediatezza drammatica, capace di restituire il tormento dei personaggi con feroce immediatezza espressiva” (dalla motivazione della Giuria n.d.r.) firmato da Stefano Massini con la sua drammaturgia asciutta ma ricca di spunti poetici, offre considerevoli opportunità di riflessione sul rapporto tra le arti e sul ruolo dell’artista nella società contemporanea.
Note di regia
Sospensione, labilità, confine. Sono questi i luoghi, accidentati e mobili, suggeriti dalla traiettoria, indotti dallo scavo. Soggetti interni di difficile identificazione, collocati nel complesso meccanismo dell’organicità della mente umana. Offerti e denudati dalla puntuale dinamicità e dalla concretezza del testo, aprono strade a potenziali orizzonti di ricerca.
La scrittura di Massini, limpida, squisitamente intrinseca e tagliente, nella sua galoppante
tensione narrativa, offre evidentemente la possibilità di questa indagine. Il serrato e tuttavia andante dialogo tra Van Gogh - internato nel manicomio di Saint Paul de Manson - e suo fratello Theo, propone non soltanto un oggettivo grandangolo sulla vicenda umana
dell’artista, ma piuttosto ne rivela uno stadio sommerso.
Lo spettacolo è aperto contrappunto all’incalzante partita dialogica. Sottinteso. Latente. Van Gogh, assoggettato e fortuitamente piegato dalla sua stessa dinamica cerebrale incarnata da Alessandro Preziosi, si lascia vivere già presente al suo disturbo. È nella stanza di un manicomio che ci appare. Nella devastante neutralità di un vuoto. E dunque, è nel dato di fatto che si rivela e si indaga la sua disperazione. Il suo ragionato tentativo di sfuggire all’immutabilità del tempo, all’assenza di colore alla quale è costretto, a quell’irrimediabile strepito perenne di cui è vittima cosciente, all’interno come all’esterno del granitico “castello bianco” e soprattutto al costante dubbio sull’esatta collocazione e consistenza della realtà.
La tangente che segue la messinscena resta dunque sospesa tra il senso del reale e il suo esatto opposto. In una spaccatura in cui domina la sola logica della sinestesia, nella quale ogni senso è plausibilmente contenitore di sensi altri, modulandone infinite variabili, Van Gogh è significante e significato di sé stesso. Lo scarto emotivo che subisce e da cui è irrimediabilmente dipendente, rappresenta causa ed effetto della sua stessa creazione artistica, non più dissociata dalla singolarità della sua esistenza e lo obbliga a percorrere un sentiero isolato in cui il solo punto fermo resta la plausibilità di un’infinita serie di universi possibili nei quali ogni tangibilità può rappresentare il contrario di ciò che è.
La riflessione percorre questa suggestione; non il racconto quindi, ma il divenire e la resa
delle infinite varianti conduttrici di un processo creativo filtrate da un’induzione sensoriale il cui respiro, non ultimo, diviene tela su cui restano impresse assenze, mancanze e sorde
cecità. Un’evoluzione lucida, condotta nello straziante sforzo di liberarsi e rendersi tangibile, nel volume e nella densità immanente del colore, che smette la sua primaria connotazione e assume i termini di sensi altri e potenzialmente distanti, ponendo in essere una deriva che trova nel suo rovescio la realtà di opera d’arte.
Lo spettacolo accompagna questa non-logica dei sensi, attraverso uno sfiorarsi dei personaggi che fonde il desiderio alla necessità, sviluppando un alternarsi di simmetrie semantiche a dissonanze di cognizione, un conflitto mutabile, ma mai assente.
È in questo campo, su cui si allineano piani paralleli, pur non senza sovrapporsi, che la potenziale oggettività diviene odorare un suono, ascoltare un colore, toccare un sapore, assaggiare un tessuto, vedere un profumo. Un complesso disegno, tuttavia ferocemente semplice, la cui connotazione intrinseca cambia in funzione della distanza da cui si guarda o si sceglie di percepirlo. E’ un passaggio aperto alla volta della stretta fessura che permette la visione di un assurdo reso accettabile dalla semplicità espressiva dei sensi che
restano qui, nudi e spasmodicamente attivi, esattamente in quel punto della coscienza, attraversato da nient’altro che miliardi e miliardi di neuroni carichi di un unico e solo senso: la vita. Non più “come siamo fatti”. Ma “di che cosa”.
Alessandro Maggi
Teatro Minerva di Boscoreale
Info 3392401209 - 3381890767
Venerdì 7 febbraio, ore 20.45
Teatro Massimo di Benevento
info 082442711
Sabato 8 febbraio, ore 20.45
Città Mediterranee
presenta
Gianfranco Gallo
in
Lo zio del medico dei pazzi
di Gianfranco Gallo
liberamente ispirato a E. Scarpetta, W Jacoby e C. Laufs
con
Antonella Stefanucci, Mario Brancaccio, Antonella Prisco,
Bianca Gallo, Luigi Credendino, Antonio Fiorillo,
Francesco Russo, Michele Sibilio, Elena Starace,
Gianluigi Esposito, Michele Schiano Di Cola, Ursola Muscetta
regia Gianfranco Gallo
Dopo il successo di Comicissimi Fratelli, Gianfranco Gallo torna a calcare le scene teatrali col suo stile originale, che rinnova la tradizione nel segno del divertimento e del rispetto del grande repertorio comico napoletano.
Scarpetta nel 1908 scrisse 'O Miedeco dè pazze riadattando una commedia tedesca dal titolo Pension Schoeller di Jacoby e Laufs del 1890. In Germania il testo viene rappresentato ancora oggi con grandissimo successo e rappresenta un classico del Teatro comico tedesco.
Dal confronto di queste due esilaranti opere nasce la riscrittura di Gianfranco, che mira come sempre a un'ironia asciutta, seppur esplosiva, senza ammiccamenti, ma che tiene sempre in considerazione il pubblico come elemento determinante.
Teatro Comunale Costantino Parravano di Caserta
Da venerdì 7 a domenica 9 febbraio
(feriali ore 20.45, domenica ore 18.00)
info 0823444051
Cardellino srl, Teatro Stabile dell’Umbria
in collaborazione con Napoli Teatro Festival 2018
Silvio Orlando
in
Si nota all’imbrunire
(Solitudine da paese spopolato)
di Lucia Calamaro
con (in ordine alfabetico)
Vincenzo Nemolato, Roberto Nobile
Alice Redini, Maria Laura Rondanini
scene Roberto Crea
costumi Ornella e Marina Campanale
luci Umile Vainieri
regia Lucia Calamaro
I figli Alice, Riccardo e Maria sono arrivati la sera prima. Il fratello maggiore Roberto anche. Un fine settimana nella casa di campagna di Silvio ,all’inizio del villaggio spopolato dove vive da solo da tre anni.
Silvio ha acquisito, nella solitudine, un buon numero di manie, la più grave di tutte: non vuole più camminare. Non si vuole alzare. Vuole stare e vivere seduto il più possibile. E da solo.
Si tratta, per i figli che finora non se ne erano preoccupati troppo, di decidere che fare, come occuparsene, come smuoverlo da questa posizione che è una metafora del suo stato mentale: che è quella di un uomo che vive accanto all’esistenza e non più dentro la realtà. Emergono qua e là empatie, distanze e rese dei conti.
I familiari di Silvio sono venuti a trovarlo per la messa dei dieci anni dalla morte della moglie. C’è da commemorare, da dire, da concertare discorsi. Certo è che, preda del suo isolamento, nella testa di Silvio si installa una certa confusione tra desideri e realtà, senza nessuno che lo smentisca nel quotidiano, la vita può essere esattamente come uno decide che sia. Fino a un certo punto.
Questo spettacolo, che ha trovato nella figura del padre un interprete per me al tempo insperato e meraviglioso, Silvio Orlando, trova le sue radici in una piaga, una maledizione, una patologia specifica del nostro tempo che io, personalmente, ho conosciuto anche troppo.
La socio-psicologia le ha dato un nome:“ Solitudine Sociale”. A mettere in luce i rischi di questa situazione sono stati due studi presentati al 125° incontro annuale dell’American Psychological Association (APA).
Essere isolati dalla società è un male oscuro e insidioso. Tutti noi infatti, in quanto esseri umani, abbiamo bisogno del contatto con gli altri, un bisogno che ci permette di sopravvivere.
La preoccupazione insorge ancora di più se si pensa che questo tipo di “solitudine estrema” si sta espandendo e continuerà a crescere nei prossimi anni tanto che La Francia ha creato “la giornata della Solitudine“ e l’Inghilterra ha istituito, addirittura, un ministero della solitudine. Secondo gli esperti potremmo trovarci alle prese, e non solo nei paesi più ricchi, con un’epidemia di solitudine.
Diffusa oramai anche tra i giovani. Silvio Orlando è, secondo me, un attore unico. Capace di scatenare per la sua resa assoluta al palco, le empatie di ogni spettatore, e con le sue corde squisitamente tragicomiche, di suscitare riquestionamenti, emozioni ed azioni nel suo pubblico.
E insieme ci piace pensare che gli spettatori, grazie a un potenziale smottamento dell’ animo dovuto speriamo a questo spettacolo, magari la sera stessa all’ uscita, o magari l’ indomani, chiameranno di nuovo quel padre, quella madre, quel fratello, lontano parente o amico oramai isolatosi e lo andranno a trovare, per farlo uscire di casa. O per fargli solamente un po’ di compagnia.
Lucia Calamaro