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CHOLITO - Simeone: "Quella del Napoli è stata una chiamata interiore, non sono mai stato bene come qui e sono motivato, Maradona c'è sempre e i tifosi lo ricordano in ogni momento"
06.10.2022 17:31 di Napoli Magazine

NAPOLI - Giovanni Simeone, attaccante del Napoli, ha rilasciato alcune dichiarazioni a La Nacion parlando del suo approdo in azzurro: "Conoscete la mia storia, io ascolto sempre quelle voci interiori e quella del Napoli è stata come una chiamata interiore. Sentivo di dover venire qui, al di là di Maradona, di quanto sia competitivo come club: c'era qualcosa dentro di me che mi diceva che il mio posto era al Napoli, che dovevo venire qui. Non riesco a spiegarlo meglio. Non sono mai stato così bene come qui, a Napoli, perché i napoletani sono come un mix tra italiani e argentini, proprio come me".

 

 

Tuo padre dice che nel calcio bisogna sempre correre. Questo vale anche per te che devi correre da dietro al Napoli.

 

"Ogni minuto conta. È qualità, più che quantità. L'ho imparato quando il mio vecchio ha lasciato l'Argentina ed è andato in Spagna, e l'ho visto due settimane all'anno. E lì ho imparato la qualità del tempo. Se avevo poco tempo con mio padre, dovevo viverlo al meglio perché dopo poteva volerci anche un anno per rivederlo. Da quel momento ho capito che la qualità era molto più importante della quantità. Se approfitti dei 5, 10, 15 minuti che ti regala un tecnico, sicuramente ti darà di nuovo occasioni. Sono cresciuto così nel calcio".

 

C'è qualcuno nel Napoli che ti racconta gli anni di Maradona?


"Certo, Tommaso Starace, è un personaggio! Vuole sempre offrirti il caffè. Mi ha promesso che una sera a cena mi racconterà tanti aneddoti di quello che ha vissuto con Diego. Adesso è invecchiato, sono passati anni, ma quando percorri il corridoio degli spogliatoi già sai che ascolterai lui mentre canta, da solo, 'Oleee, oleee, oleee, Diegoooo, Diegoooo'. Come se si fosse rotta la cassetta. Succede anche a me, come in quel video in cui sono in campo e comincio a cantare la canzone 'Maradò, maradò'... E' solo che non riesci a contenerti, c'è un'atmosfera speciale allo stadio, una cosa difficile da spiegare".

 

 

In città si parla di Diego?


"Tutti parlano di Diego qui, ti dicono che hanno vissuto qualcosa di speciale. Diego c'è sempre in questa città. I tifosi lo ricordano sempre, tutti i giorni. La gente qui soffre ancora di quella differenza tra nord e sud e Diego li ha salvati dall'oblio. Diego è gioia per loro, e va oltre il calcio. Dicono che ha dato loro gioia, visibilità e senso d'appartenenza. Questa è una città così appassionata di calcio che avere Diego tra loro è un grande orgoglio. La gente qui ha un cuore grande, ti dà tutto, e Diego ha dato loro luce, speranza, li ha convinti di poter combattere contro il potente nord. È così che ti dicono ogni giorno. Ha lasciato un segno per sempre. Ad esempio, ora molti mi dicono: "Dato che non saremo in questo Mondiale, saremo tutti argentini". Ci si aspetta molto dalla nostra squadra in Qatar, ed è merito di Diego. L'Argentina fa parte di questa città".

 

 

Tuo padre era anche amico e compagno di squadra di Diego.


"Non mi ha parlato molto di Maradona ma mi ha sempre detto che Diego era una persona che gonfiava il petto per tutti, che andava sempre a difesa dei compagni. E per questo era una persona nobile. Quando sono arrivato a Napoli, papà mi ha mandato un messaggio in cui mi diceva che in Argentina tutti i ragazzi del suo tempo erano cresciuti con il Napoli di Maradona, e che tutti sognavano di poter un giorno giocare nello stadio dove ha giocato a Maradona. Mi ha chiesto di godermi il posto che tanti sognavano da bimbi in Argentina".

 

 

E' un Napoli senza limiti, capolista in campionato e Champions.


"Mi sento motivato nello stare in una squadra che punta così in alto. Già il fatto di giocare ogni tre giorni è fantastico, non c'è niente di più bello. Papà mi ha sempre detto che ti dà una scarica di adrenalina diversa, ma finché non lo provi non puoi capirlo. Non c'è niente di più bello che giocare ogni tre-quattro giorni".

 

 

Obiettivi personali?


"Penso a migliorarmi continuamente, uscendo dalla zona di comfort. Per migliorare te stesso devi uscire dalla zona di comfort e io mi sentivo pronto per il salto in una grande. Ho giocato e lottato per molti anni in Serie A per ottenere questa chance. E' giunto il momento di confrontarsi e vivere con grandi, ottimi giocatori. Mi sento pronto".

 

 

Ci racconti del pianto dopo il gol contro il Liverpool?


"Una magia. Mi sono lasciato trasportare dalla magia del presente. Avevo sognato quel momento tante volte, quindi un po' vissuto dentro di me e adesso stava accadendo, così ho lasciato che tutto scorresse... Per quanto l'ho desiderato mi è sembrato che l'avessi già vissuto, quindi in un certo senso erano solo gli altri a vedere quello che io avevo già vissuto dentro di me".

 

 

Si è sempre detto che il Cholo ti avrebbe allenato, così come fa con Giuliano, il più giovane.

 

"Non c'era modo più naturale di incontrare padre e figlio, perché la situazione non era facile. Immagina che se a qualcuno dei giocatori non piace il mio vecchio, e ti rimuove dal gruppo pensando che puoi andare a dirgli di quelle critiche... È strano. Entrambi hanno gestito molto bene quel periodo insieme all'Atlético de Madrid".

 

 

 

Pensi ancora che Giuliano sia il migliore dei tre fratelli?

 

"Ho sempre detto che era il migliore. Per le sue caratteristiche, con la palla è il migliore dei tre. Ma nel calcio serve molto di più che giocare bene con la palla e, d'ora in poi, a 19 anni, dipenderà molto da come risolverà le situazioni che si presenteranno nel calcio. Ho visto tanti giocatori giocare molto bene e non sono arrivati. Giuliano gioca molto bene, ma ora dipenderà dalla sua personalità. Come giocatore è il migliore dei tre, insisto, ma per arrivarci e mantenersi servono molte più cose".

 

 

Usi i social network. Come li reputi?

 

"So che un messaggio può ferire molto. E non incide sull'umore, ma direttamente sulla salute delle persone. Uso le reti, ma mi riservo un Instagram personale che utilizzo con i miei amici, più intimo, in cui seguo tutte le cose che non hanno nulla a che fare con il calcio. Temi di pesca, temi di immersione, fotografia di animali e paesaggi…, seguo persone che meditano. Nutro il mio mondo interiore. Molto raramente apro il telefono per vedere i messaggi, sì, forse, per vedere qualcosa della vita dei miei compagni di squadra di calcio, per scoprire chi ha segnato un gol... e poco altro".

 

 

Come sei riuscito a raggiungere un equilibrio tra la tua vita e la passione per il calcio?

 

"Non è difficile per me. La passione ti porta a consumare tempi che vanno oltre la logica, una passione che tanto ti domina ti consuma dentro. E questo mi succede, ma anche, quando sono concentrato, comincio a guardare una serie, a leggere un libro... e lo vivo con molto equilibrio, naturalmente. Penso che sia dovuto alla mia personalità e perché, insisto, la meditazione mi sta aiutando molto a poter vivere con calma, senza perseguitarmi o pressarmi per questo o quell'altro. L'adrenalina del calcio non mi imprigiona, la metto al suo posto: ne ho bisogno per migliorarmi, ma non mi imprigiona, né mi soffoca, né mi toglie la vita".

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