NAPOLI - Luciano Aiello, dottore commercialista, esperto di analisi di bilancio già docente in corsi e master universitari, ha raccontato a “Napoli Magazine” quanto segue: "La Relazione Annuale 2026 della Commissione indipendente per la verifica dell'equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche è stata presentata il 23 settembre 2026 alla Camera dei Deputati dal presidente Massimiliano Atelli.
Il testo è suddiviso in 8 capitoli che analizzano il perimetro dello sport professionistico, che vale oltre 12 miliardi di euro, con modelli economici, assetti proprietari, governance, crisi di sistema e un raffronto con le riforme di vigilanza introdotte in Francia e nel Regno Unito
L’analisi ha verificato i conti delle società italiane ed ha perso in considerazione tutte le 20 società di Serie A, utilizzando per gli indicatori economici l’ultimo bilancio d’esercizio approvato e disponibile e, per quelli patrimoniali e finanziari, le situazioni intermedie al 31 marzo 2026 depositate dai club. Complessivamente, l’analisi della Commissione ha riguardato 97 bilanci tra calcio e basket, di cui 81 relativi al calcio professionistico maschile.
Non è stata stilata alcuna graduatoria di merito né una valutazione dei singoli club, le società sono infatti presentate in forma anonima e aggregata, in quanto l’obiettivo era individuare configurazioni economico-finanziarie ricorrenti e mostrare quanto siano differenti i modelli attraverso i quali le squadre cercano di sostenere la propria competitività.
In particolare, la fotografia suddivide i 20 club del massimo campionato italiano in cinque gruppi:
Profilo economico relativamente solido: 20% (quattro club): EBITDA ed EBIT positivi e risultato netto positivo o vicino al pareggio. L’equilibrio può derivare da ricavi ricorrenti ampi e diversificati oppure da un player trading efficace, ma coerente con il modello sportivo e non utilizzato in maniera emergenziale.
Player trading con incidenza significativa: 10% (due club): società il cui equilibrio dipende in misura rilevante dalla capacità di generare ricavi attraverso il mercato dei calciatori. Secondo la Commissione, il modello può essere sostenibile se questa capacità è ricorrente ed è accompagnata da un rigoroso controllo del costo della rosa.
Elevati ricavi con margini assorbiti da rosa, ammortamenti e struttura finanziaria: 25% (cinque club): club con una scala di ricavi significativa nei quali, tuttavia, l’EBITDA positivo non si traduce necessariamente in EBIT e utile. Il costo della rosa e soprattutto ammortamenti e svalutazioni assorbono la marginalità operativa.
Fragilità con parziale tenuta operativa: 25% (cinque club): profili nei quali può esserci una certa capacità di coprire i costi operativi, ma ammortamenti, oneri finanziari e debolezza patrimoniale portano a risultati finali negativi. In altri casi incidono la dipendenza dal player trading e la minore dimensione dei ricavi.
Investimento intensivo o tensione economica: 20% (quattro club): EBITDA negativo, costi operativi superiori ai ricavi e risultato netto negativo. Una situazione che può essere legata a una fase di investimento nella competitività oppure indicare un modello non autosufficiente, dipendente dal sostegno della proprietà o da successivi interventi correttivi.
Nei fatti quindi solo il 20% dei club di Serie A presenta un profilo economico-finanziario definito «relativamente solido», mentre il 45% rientra nelle configurazioni indicate come fragilità o tensione economica
Il risultato dell’analisi svolto dalla Commissione mostra una Serie A fortemente eterogenea: accanto a un gruppo ristretto di società con un equilibrio economico relativamente solido, una parte consistente del campionato continua a fare affidamento sul mercato dei calciatori, sul sostegno della proprietà o su strutture di costo particolarmente impegnative per sostenere la propria competitività sportiva.
La Juventus è la squadra di Serie A con più debiti finanziari netti, con un valore pari a 302,8 milioni di euro (secondo i dati di bilancio al 30 giugno 2025).
Ecco la situazione generale in base ai principali indicatori:
Debiti finanziari netti
- Juventus: 302,8 milioni di euro
- Inter: 248,4 milioni di euro (in miglioramento grazie a una maggiore liquidità)
- Roma: 153,4 milioni di euro
- Genoa: 140,6 milioni di euro
- Milan: 108,1 milioni di euro
Indebitamento lordo complessivo:
- Juventus: Oltre 740 milioni di euro
- Inter: Circa 660 milioni di euro
- Roma: 611 milioni di euro
Situazione virtuosa: il Napoli e pochi altri club come Como, Fiorentina e Parma mostrano una posizione finanziaria molto solida, con una liquidità superiore ai debiti finanzia
Nella Relazione è dedicato un ampio capitolo dedicato alla continuità aziendale e ai dissesti che hanno interessato il calcio italiano negli ultimi decenni. Ed è un quadro che si allarga al di fuori della massima serie e comprende anche quelle immediatamente inferiori, dal quale emerge una situazione preoccupante.
Entrando nello specifico la relazione segnala che tra il 1986/87 e il 2025/26 sono stati censiti 218 casi complessivi tra società non ammesse ai campionati professionistici, rinunce all’iscrizione ed esclusioni a stagione in corso. E il fenomeno si concentra in maniera schiacciante in Serie C, con 200 casi, pari a circa il 91,7% del totale. La Serie B ne conta 17, mentre la Serie A appena uno.
Va precisato che il perimetro utilizzato dalla Commissione è più ampio del solo fallimento in senso giuridico. Nel conteggio rientrano infatti società non ammesse, rinunciatarie o escluse, spesso a seguito di gestioni finanziarie insostenibili, debiti crescenti o procedure concorsuali.
Per altro l’analisi mette in evidenza una certa ripetitività nel fenomeno. Secondo il documento, 49 società sono recidive nel senso che hanno chiuso i battenti da due a sei volte nel periodo considerato, includendo in questo caso anche fallimenti e cessazioni avvenuti nei campionati dilettantistici. La Commissione parla espressamente di un «circolo vizioso» caratterizzato da retrocessioni, crisi, fallimenti, rinascite e nuove promozioni.
Nel dettaglio, 25 società hanno attraversato due episodi, 13 ne hanno vissuti tre, sei ne hanno registrati quattro, tre club cinque e due addirittura sei. I casi più estremi sono quelli di:
Sambenedettese e Taranto, entrambe con sei episodi censiti,
seguono Campobasso, Potenza e Varese con cinque,
a quota quattro figurano invece Cosenza, Lucchese, Rimini, Brindisi, Sassari Torres e Treviso,
tra le società con tre episodi compaiono, tra le altre, Mantova, Messina, Siena, Siracusa, SPAL, Teramo, Trapani, Triestina e Venezia.
La relazione sottolinea come il meccanismo delle ripartenze abbia contribuito nel tempo a mantenere viva la rappresentanza calcistica delle città, ma abbia anche prodotto in molti casi una successione continua di nuove società e nuove crisi.
Nonostante il numero elevato di società scomparse o escluse però la dimensione complessiva del calcio professionistico italiano si è ridotta meno drasticamente passando dalle 144 squadre del 1986/87 alle 100 attuali, per una riduzione di 44 club. Il calo è legato soprattutto dalla riorganizzazione della Lega Pro e dall’unificazione del terzo e quarto livello professionistico, mentre la Serie A ha visto nel tempo aumentare il proprio organico.
La relazione ha evidenziato per altro come a posteriori questo sistema di rinascite legate al Lodo Petrucci o al sistema di ripescaggi abbia finito in diversi casi per alimentare la ripetizione delle crisi.
In questo quadro la Commissione ha cercato di individuare le cause ricorrenti che precedono le crisi. Tra i segnali più frequenti vengono indicati:
- l’accumulo di debiti tributari e previdenziali,
- i ritardi nel pagamento degli emolumenti ai tesserati,
- il ricorso a operazioni straordinarie per reperire liquidità
- la progressiva difficoltà nell’attrarre nuovi investitori.
A questi elementi si aggiungono la dipendenza da plusvalenze e player trading per compensare perdite operative, e una patrimonializzazione insufficiente, assetti proprietari instabili e sistemi di controllo interno deboli.
La conclusione della Commissione è che i dissesti raramente siano eventi improvvisi. Più spesso rappresentano l’esito di un deterioramento progressivo, nel quale problemi di governance, debolezza finanziaria e ambizioni sportive non sostenute da adeguate risorse finiscono per sommarsi nel tempo".
di Napoli Magazine
14/10/2026 - 13:10
NAPOLI - Luciano Aiello, dottore commercialista, esperto di analisi di bilancio già docente in corsi e master universitari, ha raccontato a “Napoli Magazine” quanto segue: "La Relazione Annuale 2026 della Commissione indipendente per la verifica dell'equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche è stata presentata il 23 settembre 2026 alla Camera dei Deputati dal presidente Massimiliano Atelli.
Il testo è suddiviso in 8 capitoli che analizzano il perimetro dello sport professionistico, che vale oltre 12 miliardi di euro, con modelli economici, assetti proprietari, governance, crisi di sistema e un raffronto con le riforme di vigilanza introdotte in Francia e nel Regno Unito
L’analisi ha verificato i conti delle società italiane ed ha perso in considerazione tutte le 20 società di Serie A, utilizzando per gli indicatori economici l’ultimo bilancio d’esercizio approvato e disponibile e, per quelli patrimoniali e finanziari, le situazioni intermedie al 31 marzo 2026 depositate dai club. Complessivamente, l’analisi della Commissione ha riguardato 97 bilanci tra calcio e basket, di cui 81 relativi al calcio professionistico maschile.
Non è stata stilata alcuna graduatoria di merito né una valutazione dei singoli club, le società sono infatti presentate in forma anonima e aggregata, in quanto l’obiettivo era individuare configurazioni economico-finanziarie ricorrenti e mostrare quanto siano differenti i modelli attraverso i quali le squadre cercano di sostenere la propria competitività.
In particolare, la fotografia suddivide i 20 club del massimo campionato italiano in cinque gruppi:
Profilo economico relativamente solido: 20% (quattro club): EBITDA ed EBIT positivi e risultato netto positivo o vicino al pareggio. L’equilibrio può derivare da ricavi ricorrenti ampi e diversificati oppure da un player trading efficace, ma coerente con il modello sportivo e non utilizzato in maniera emergenziale.
Player trading con incidenza significativa: 10% (due club): società il cui equilibrio dipende in misura rilevante dalla capacità di generare ricavi attraverso il mercato dei calciatori. Secondo la Commissione, il modello può essere sostenibile se questa capacità è ricorrente ed è accompagnata da un rigoroso controllo del costo della rosa.
Elevati ricavi con margini assorbiti da rosa, ammortamenti e struttura finanziaria: 25% (cinque club): club con una scala di ricavi significativa nei quali, tuttavia, l’EBITDA positivo non si traduce necessariamente in EBIT e utile. Il costo della rosa e soprattutto ammortamenti e svalutazioni assorbono la marginalità operativa.
Fragilità con parziale tenuta operativa: 25% (cinque club): profili nei quali può esserci una certa capacità di coprire i costi operativi, ma ammortamenti, oneri finanziari e debolezza patrimoniale portano a risultati finali negativi. In altri casi incidono la dipendenza dal player trading e la minore dimensione dei ricavi.
Investimento intensivo o tensione economica: 20% (quattro club): EBITDA negativo, costi operativi superiori ai ricavi e risultato netto negativo. Una situazione che può essere legata a una fase di investimento nella competitività oppure indicare un modello non autosufficiente, dipendente dal sostegno della proprietà o da successivi interventi correttivi.
Nei fatti quindi solo il 20% dei club di Serie A presenta un profilo economico-finanziario definito «relativamente solido», mentre il 45% rientra nelle configurazioni indicate come fragilità o tensione economica
Il risultato dell’analisi svolto dalla Commissione mostra una Serie A fortemente eterogenea: accanto a un gruppo ristretto di società con un equilibrio economico relativamente solido, una parte consistente del campionato continua a fare affidamento sul mercato dei calciatori, sul sostegno della proprietà o su strutture di costo particolarmente impegnative per sostenere la propria competitività sportiva.
La Juventus è la squadra di Serie A con più debiti finanziari netti, con un valore pari a 302,8 milioni di euro (secondo i dati di bilancio al 30 giugno 2025).
Ecco la situazione generale in base ai principali indicatori:
Debiti finanziari netti
- Juventus: 302,8 milioni di euro
- Inter: 248,4 milioni di euro (in miglioramento grazie a una maggiore liquidità)
- Roma: 153,4 milioni di euro
- Genoa: 140,6 milioni di euro
- Milan: 108,1 milioni di euro
Indebitamento lordo complessivo:
- Juventus: Oltre 740 milioni di euro
- Inter: Circa 660 milioni di euro
- Roma: 611 milioni di euro
Situazione virtuosa: il Napoli e pochi altri club come Como, Fiorentina e Parma mostrano una posizione finanziaria molto solida, con una liquidità superiore ai debiti finanzia
Nella Relazione è dedicato un ampio capitolo dedicato alla continuità aziendale e ai dissesti che hanno interessato il calcio italiano negli ultimi decenni. Ed è un quadro che si allarga al di fuori della massima serie e comprende anche quelle immediatamente inferiori, dal quale emerge una situazione preoccupante.
Entrando nello specifico la relazione segnala che tra il 1986/87 e il 2025/26 sono stati censiti 218 casi complessivi tra società non ammesse ai campionati professionistici, rinunce all’iscrizione ed esclusioni a stagione in corso. E il fenomeno si concentra in maniera schiacciante in Serie C, con 200 casi, pari a circa il 91,7% del totale. La Serie B ne conta 17, mentre la Serie A appena uno.
Va precisato che il perimetro utilizzato dalla Commissione è più ampio del solo fallimento in senso giuridico. Nel conteggio rientrano infatti società non ammesse, rinunciatarie o escluse, spesso a seguito di gestioni finanziarie insostenibili, debiti crescenti o procedure concorsuali.
Per altro l’analisi mette in evidenza una certa ripetitività nel fenomeno. Secondo il documento, 49 società sono recidive nel senso che hanno chiuso i battenti da due a sei volte nel periodo considerato, includendo in questo caso anche fallimenti e cessazioni avvenuti nei campionati dilettantistici. La Commissione parla espressamente di un «circolo vizioso» caratterizzato da retrocessioni, crisi, fallimenti, rinascite e nuove promozioni.
Nel dettaglio, 25 società hanno attraversato due episodi, 13 ne hanno vissuti tre, sei ne hanno registrati quattro, tre club cinque e due addirittura sei. I casi più estremi sono quelli di:
Sambenedettese e Taranto, entrambe con sei episodi censiti,
seguono Campobasso, Potenza e Varese con cinque,
a quota quattro figurano invece Cosenza, Lucchese, Rimini, Brindisi, Sassari Torres e Treviso,
tra le società con tre episodi compaiono, tra le altre, Mantova, Messina, Siena, Siracusa, SPAL, Teramo, Trapani, Triestina e Venezia.
La relazione sottolinea come il meccanismo delle ripartenze abbia contribuito nel tempo a mantenere viva la rappresentanza calcistica delle città, ma abbia anche prodotto in molti casi una successione continua di nuove società e nuove crisi.
Nonostante il numero elevato di società scomparse o escluse però la dimensione complessiva del calcio professionistico italiano si è ridotta meno drasticamente passando dalle 144 squadre del 1986/87 alle 100 attuali, per una riduzione di 44 club. Il calo è legato soprattutto dalla riorganizzazione della Lega Pro e dall’unificazione del terzo e quarto livello professionistico, mentre la Serie A ha visto nel tempo aumentare il proprio organico.
La relazione ha evidenziato per altro come a posteriori questo sistema di rinascite legate al Lodo Petrucci o al sistema di ripescaggi abbia finito in diversi casi per alimentare la ripetizione delle crisi.
In questo quadro la Commissione ha cercato di individuare le cause ricorrenti che precedono le crisi. Tra i segnali più frequenti vengono indicati:
- l’accumulo di debiti tributari e previdenziali,
- i ritardi nel pagamento degli emolumenti ai tesserati,
- il ricorso a operazioni straordinarie per reperire liquidità
- la progressiva difficoltà nell’attrarre nuovi investitori.
A questi elementi si aggiungono la dipendenza da plusvalenze e player trading per compensare perdite operative, e una patrimonializzazione insufficiente, assetti proprietari instabili e sistemi di controllo interno deboli.
La conclusione della Commissione è che i dissesti raramente siano eventi improvvisi. Più spesso rappresentano l’esito di un deterioramento progressivo, nel quale problemi di governance, debolezza finanziaria e ambizioni sportive non sostenute da adeguate risorse finiscono per sommarsi nel tempo".