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G-FACTOR
G-FACTOR - G. Lucariello su "NM": "Questo calcio senza più cuore"
03.05.2019 20:44 di Napoli Magazine

NAPOLI - E’ una questione di cuore, quella del lancio e del rilancio della maglia? Può darsi, ma non è certo. Anzi, proprio no. Di certo c’è che in questa brutta assurda storia Josè Maria Callejon c’entra un bel niente. Così come è chiaro che ancora una volta tutta l’Italia ha sghignazzato a crepapelle sulle spalle di noi napoletani. In realtà c’è ben poco da ridere per la gravità dell’atto ricondotto nel clima di contestazione che esiste già da un po’ di tempo tra gli ultras e il club di Castel Volturno, nella persona del presidente Aurelio De Lauretiis. Il patron a sua volta ha risposto all’offesa ai colori sociali della squadra del cuore, alzando i prezzi delle curve per una partita – questa con il Cagliari – per niente importante e che non ha nessun sapore, ma è soltanto il termometro di questa guerriglia insensata che a detta degli ultras sarebbe scaturita o comunque legata ad una programmazione ed un progetto da loro considerati per niente all’altezza di una tifoseria che vuole vincere. Ma è davvero proprio così? A mettere il naso in questa scabrosa faccenda - perché tale è diventata – ed a sentire ciò che circola a voci basse, ci sarebbero altre ragioni che alimenterebbero un così forte incontenibile attrito sfociato nel lancio e nel rilancio della maglia dal settore occupato a Frosinone dagli ultras del Napoli. Quali sono le vere ragioni vien voglia di chiedersi, è un mistero. E ci dispiace parecchio nel pensare che questo dissidio avrebbe altri contorni, altre radici, tutte da identificare, nel caso. E di certo non tocca a noi andare al di là dei fatti che si sono già svolti. Quindi ora come ora restiamo nell’alveo sportivo, mentre da qualche parte c’è chi insinua e ricorda i petardi lanciati in campo nel 2006 proprio in un altro Napoli-Frosinone, partita che fu anche sospesa per un po’ e ripresa dopo l’intervento di De Laurentiis e dell’ex dìgì Marino che si precipitarono sul terreno di gioco per convincere l’arbitro a far riprendere il match, senza conseguenze. Ma quella è un’altra storia che non va confusa con ciò che è successo al termine di Frosinone-Napoli di lunedì scorso. Ora quello che colpisce maggiormente è che – senza indossare i panni del moralista – il tifo delle curve con il rilancio della maglia non è apparso in linea con l’antico spirito che ha da sempre caratterizzato la storia degli ultras e anche di altri gruppi, e cioè di tifare sugli spalti per la squadra del cuore incondizionatamente. E secondo questo sacro comandamento che ha da sempre alimentato il sentimento ultras, non si immaginava affatto che si potesse gettare via la maglia, disonorandola come fosse uno straccio. Né può esistere qualsiasi tipo di contestazione civile che può giustificare o rendere comprensibile un atto di tale genere e – diciamola tutta – che appare premeditato. D’altronde se non fosse così – o meglio se fosse stata l’iniziativa personale ed isolata di un singolo ultrà, il tifo estremo l’avrebbe chiarito. A questo punto ci sentiamo un po’ traditi nei sentimenti azzurri dall’episodio di Frosinone, giacchè la voglia di vincere ce l’abbiamo tutti dentro di noi che al mondo ultras abbiamo sempre invidiato l’amore sviscerato nei confronti del Napoli. Ebbene quel mondo del tifo, spessissimo celebrato finanche con premi di altissimo livello e ammirazione in tutte le sedi e testimoniato da due grandi Ultrà come Giorgio Ciccarelli e Pasquale D’Angelo di carissima memoria, putroppo oggi non esiste più.

 

 

Gianfranco Lucariello

 

Napoli Magazine

 

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