Fabrizio Miccoli, ex attaccante, ha rilasciato una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport nella quale ha raccontato di quando, da bambino, una domenica allo stadio di Via del Mare per un Lecce-Napoli, gli “apparve” Diego Armando Maradona: “Come se avessi visto Gesù Cristo, una folgorazione. Mi colpì perché era altruista, giocava più per gli assist che per i gol. Decisi che avrei voluto essere come lui. Dov’ero quando morì Maradona? In macchina. La radio diede la notizia e io dovetti accostare per il dolore fortissimo che provai. Restai fermo per 10 minuti. In una cassetta di sicurezza conservo l’orecchino che la Finanza gli sequestrò all’aeroporto di Roma. Lo comprai all’asta per 25mila euro, a rappresentarmi mandai la moglie dell’ex direttore della mia banca. Non l’ho mai portato, avrei voluto restituirglielo. Il tatuaggio di Che Guevara l’ho fatto perché ce l’aveva anche lui. A me la politica è sempre interessata poco, però sapevo e so chi era Che Guevara perché mio zio Tonino, un uomo di sinistra, ne parlava sempre. Oggi vivo a Lecce, dirigo la mia scuola di calcio a San Donato, con le ragazze potremmo salire in Serie C, e sarebbe un risultato storico. Ho un’attività di bed and breakfast a Gallipoli, stiamo per completare una struttura con sei suites in piazza Santa Chiara, nel centro di Lecce. Sono un’altra persona e devo tutto a mia moglie Flavia. Lei c’è sempre stata. Quando ero in carcere, non saltava un colloquio e portava i nostri ragazzi. Non lo dimenticherò mai”.
di Napoli Magazine
11/04/2026 - 12:02
Fabrizio Miccoli, ex attaccante, ha rilasciato una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport nella quale ha raccontato di quando, da bambino, una domenica allo stadio di Via del Mare per un Lecce-Napoli, gli “apparve” Diego Armando Maradona: “Come se avessi visto Gesù Cristo, una folgorazione. Mi colpì perché era altruista, giocava più per gli assist che per i gol. Decisi che avrei voluto essere come lui. Dov’ero quando morì Maradona? In macchina. La radio diede la notizia e io dovetti accostare per il dolore fortissimo che provai. Restai fermo per 10 minuti. In una cassetta di sicurezza conservo l’orecchino che la Finanza gli sequestrò all’aeroporto di Roma. Lo comprai all’asta per 25mila euro, a rappresentarmi mandai la moglie dell’ex direttore della mia banca. Non l’ho mai portato, avrei voluto restituirglielo. Il tatuaggio di Che Guevara l’ho fatto perché ce l’aveva anche lui. A me la politica è sempre interessata poco, però sapevo e so chi era Che Guevara perché mio zio Tonino, un uomo di sinistra, ne parlava sempre. Oggi vivo a Lecce, dirigo la mia scuola di calcio a San Donato, con le ragazze potremmo salire in Serie C, e sarebbe un risultato storico. Ho un’attività di bed and breakfast a Gallipoli, stiamo per completare una struttura con sei suites in piazza Santa Chiara, nel centro di Lecce. Sono un’altra persona e devo tutto a mia moglie Flavia. Lei c’è sempre stata. Quando ero in carcere, non saltava un colloquio e portava i nostri ragazzi. Non lo dimenticherò mai”.