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M' 'O VVECO IO
SIAMO TUTTI KOULIBALY - Gino Rivieccio scrive su "NM": "Uniti e solidali, sempre, contro il razzismo altrimenti la partita è persa!"
28.12.2018 19:20 di Napoli Magazine

NAPOLI - Il giorno che intercetterò un arbitro che si prenderà la responsabilità di sospendere una partita di calcio per cori razzisti, giuro che vado fino a casa sua per stringergli la mano e farmi un selfie con lui. Temo che ciò non succederà in un paese schiavo delle pay tv, degli interessi miliardari legati al calcio e a tutto quello che gira intorno. A questo punto urge un passo indietro. Il signor Nicchi, capo dell’Aia, dovrebbe spiegarci perché uno di Bergamo che dista solo 40 km da Milano viene designato per arbitrare al Meazza di Milano la partita più delicata del mese per giunta contro il Napoli che più volte ha espresso la volontà di non gradire il fischietto orobico. Ma una volta gli arbitri della stessa regione dove si svolgeva la partita non venivano scartati per dirigere quell’incontro proprio per non destare sospetti di parzialità? Capisco che il sig. Mazzoleni dopo l’abbuffata di struffoli e panettun del santo Natale abbia voluto trascorrere il giorno di santo Stefano a casa in famiglia con parenti ed amici e recarsi, dopo la pennichella pomeridiana sul divano del salotto, verso le 17,00 allo stadio che da casa sua dista solo 35 minuti senza traffico. Probabilmente durante il sonnellino pomeridiano devono essergli tornati in mente i torti inflitti ai danni del Napoli. Tanto è vero che sul piano strettamente tecnico ha diretto la partita in maniera equilibrata e senza grossi errori. Ma sin dalle prime inquadrature nella fase del riscaldamento pre partita, negli occhi di Paolo Silvio, (a maniche corte nella gelida serata meneghina), intercettavo l’evidente palpitazione di chi si era già pentito di trovarsi dove si trovava. Mazzoleni non ha sbagliato sulla distribuzione di ammonizioni e calci d’angolo, sui fuorigioco e sulle punizioni assegnate al limite dell’area, ma cosa peggiore, ha sbagliato nel non aver saputo interpretare lo stato d’animo di Kalidou che da oltre un’ora era oggetto di cori beceri e di “buu” da parte della frangia razzista dello stadio nerazzurro. Un arbitro che ha digerito gli struffoli e che nella pennichella pomeridiana ha smaltito i pregiudizi e i condizionamenti, di fronte all’applauso ironico del giocatore senegalese mortificato dal cartellino giallo, se è sensibile e attento alle dinamiche, non estrae quello rosso, fa finta di non vedere e si gira dall’altra parte. Se poi copre le maniche corte con la maglia termica dell’autorevolezza sospende la partita già mezz’ora prima. E se è anche ‘social’ e ‘mediatico’ al termine della gara si fa la foto con Koulibaly. Ma potevamo aspettarci tutto questo da Paolo Silvio? Potevamo aspettarci da Asamoah nero come Kalidou, l’abbandono del rettangolo di gioco ai primi fischi contro il suo avversario reo solo di avere un colore di pelle uguale al suo? E Keita poteva solidarizzare meglio magari con una carezza sulla spalla del connazionale invece di mostrare troppa attenzione verso il lobo di Insigne? Perché il punto è uno: o si è sempre uniti e solidali contro il razzismo o la partita è persa e i primi a dover rendersene conto devono essere proprio quelli che hanno la pelle dello stesso colore di Kalidou. Forse chiedo troppo a questo calcio che spende miliardi per migliorare la qualità delle immagini ma non investe un euro per l’educazione alla civiltà da impartire già nelle scuole. Un’ora di latino in meno e una di educazione alla civiltà in più sarebbe meglio, magari accompagnate da un test d’intelligenza ai tornelli degli stadi: se sei coglione allo stadio non entri, anche se non hai il Daspo. Credetemi ne guadagneremmo tutti.

 

 

Gino Rivieccio

 

Napoli Magazine
 

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